di Daniele Matta

Una stampa “libera”, ecco perché leggo il Fatto. Ho iniziato questo percorso quattro anni fa, e ora, anche grazie alla lettura e ai personali approfondimenti, posso affermare che la mia visione del mondo è cambiata. Ero un elettore di centrodestra, mai fermamente convinto, mai trascinato da campagne elettorali slogan o da promesse irrealizzabili. Ma votavo centrodestra e non me ne vergogno. Poi, nella mia vita, è arrivata la depressione, un lungo periodo di “non vita” seguito da una lenta riabilitazione, viaggi lontani dal mio mondo, incontri e, infine, la lettura del nostro amato quotidiano. Fatto!

Ho ripreso a lavorare nel mio settore, il commercio, sono giornalmente a contatto con migliaia di persone, ascolto la voce del popolo, sento opinioni contrastanti. Insomma, sono curioso, analizzo, imparo. Ed è da questo punto che vorrei iniziare la mia analisi.

Il Fatto, che, oltre ad avere bravi giornalisti, raccoglie informazioni e dati anche da professori, esperti e cittadini qualunque, mi capita spesso di leggere articoli riguardanti un concetto quasi metafisico: “La tutela del lavoratore“. Il lavoratore? Cosa vuol dire? Colui che lavora? O la classe subordinata, dipendente, a busta paga?

Perché, a mio avviso, è qui che nascono le incomprensioni. Sostenere che l’abolizione dell’articolo 18 abbia diminuito le tutele del lavoratore significa sostenere a priori che il “lavoratore” sia considerato l’operaio. Ma non è così. Per capire meglio il concetto sarebbe opportuno fare degli esempi, che non riguardano solo le mie opinioni, ma lunghe discussioni sostenute all’interno del mio esercizio pubblico. E non vorrei essere frainteso, questo mi preme dirlo: io non cerco di passare per colui che difende una classe sociale a dispetto di un’altra, cerco solo di far conoscere una verità che spesso si ignora. Niente di più.

Perché l’essere in grado di fornire un’informazione libera non è garanzia di verità. I titoli degli articoli, come le statistiche, possono essere fuorvianti. In questo caso mi riferisco al pezzo di Carlo Di Foggia e Marta Fana sul numero di mercoledì 19 ottobre: Jobs Act e contratti: crollano gli stabili, boom di licenziati, dove si sottolinea emblematicamente che le cessazioni di lavoro per “motivi disciplinari” crescono del 31%.

Chi conosce il mercato del lavoro dal “basso” e non seduto in una qualsiasi voglia scrivania, sa bene che le differenze sono tante. Mi riferisco ai diversi tipi di lavoro, al numero degli occupati, alle diverse aree geografiche. Come si può esprimere una statistica senza tener conto di questo? E, allo stesso modo, come si può fare una legge che comprenda l’universo chiamato lavoro? Non saperne distinguere tipologia e area geografica diventa un esercizio miope. In particolare se analizziamo il concetto di “giusta causa“. Chi lo stabilisce? Quali parametri bisogna seguire? In base a quali esperienze sul campo si può discettare su questo argomento? Questo è il punto da cui prende spunto il titolo e da cui nascono gli esempi.

Prendiamo il caso di un bar o di un ristorante che , in fase di apertura, assume tre dipendenti. Durante il primo periodo tutti i nuovi assunti danno il meglio di sé, il datore di lavoro è contento, soddisfatto. Gli affari sembrano procedere bene, ma uno dei tre camerieri inizia a produrre meno, a lavorare senza entusiasmo, goffamente, lentamente, con scarso impegno. A questo punto l’imprenditore vorrebbe licenziarlo.

Come fa? Se uno dei tre camerieri rende molto meno degli altri ma sostiene che sta dando il massimo, dove sta la giusta causa? Chi meglio del datore di lavoro, continuativamente a contatto con i suoi assunti, può stabilire di cosa abbia bisogno all’interno del suo locale? Sembra un problema da poco, ma non lo è! E certamente staranno fischiando le orecchie ai tanti piccoli commercianti che si trovano nella stessa situazione. Nessuno tra gli imprenditori licenzierebbe un lavoratore produttivo. Nessuno. E per nessuna ragione o discriminazione, che sia di sesso, razza o religione. Se non per la sua scarsa attitudine, per le sue performance, per la capacità di non rendere e non far rendere il negozio.

Mi sembra davvero assurdo paragonare un lavoratore di un piccolo ristorante con quello di una grande fabbrica. Per una serie infinita di motivi, che evito di esaminare.
Forse anche io, se lavorassi in un ufficio, sarei il primo a difendere il lavoro di un garzone o di un lavapiatti. Ma 30 anni di lavoro all’interno di un’attività commerciale, sia come dipendente che come piccolo imprenditore, mi hanno portato, da tempo, a fare questa considerazione.

E non vorrei offendere nessuno. Ma non tutti siamo “portati” per qualunque lavoro! E se uno non è in grado di sostenere certe mansioni, chi meglio del suo datore di lavoro può stabilirlo? Un  tribunale del lavoro? Ridicolo!

Alcuni anni fa mi venne in mente un’idea alquanto provocatoria, ma non impossibile. Scrivo dalla Sardegna, una terra che piange e cerca di campare nel quotidiano. Ecco, ho pensato: rendiamola un porto franco del lavoro, una regione “prova” nella quale sperimentare una nuova forma legislativa del lavoro. Per uno o due anni, concediamo assunzioni senza alcuna tutela a tutti i commercianti. Nessuna garanzia, se “rendi” resti, altrimenti ti licenzio. Nessun salvagente o tassa da pagare per il sussidio di disoccupazione, niente. E, ripeto, il lavoratore non è solo quello che domanda lavoro, ma anche chi lo offre. Non voglio dire che l’imprenditore debba avere un potere assoluto, ma sarei curioso di vedere se il numero degli occupati sale o scende. Se chi ha davvero voglia di lavorare resta a galla oppure no. Se i voucher verranno superati e scarsamente utilizzati. Proviamo? Chi scommette?

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