Leon Battista Alberti, nel dialogo De iciarchia composto intorno al 1470 e ambientato nella Firenze medicea di quegli anni, avverte: “E’ principati e signorie delle città non raro se acquistano con insidie, fraude, confederazione, e impeto d’arme, e sono per sé pieni di sospetti, paure, odi, difficultà, pericoli, e stanno sempre esposti a prossima ruina, e reggonsi con violenza, rapine, simulazioni, dissimulazioni, crudelità”.

Qualche anno più tardi, Niccolò Machiavelli, nel suo Principe, dopo averci presentato principi virtuosi, nel capitolo VI, e principi fortunati, nel capitolo VII, prima di presentarci, nel capitolo IX, quelli che hanno fatto uso di una “astuzia fortunata”, a metà strada, cioè, tra la “virtù” e la “fortuna”, ci illustra attraverso due esempi, uno antico e l’altro contemporaneo, come si acceda al principato “per qualche via scelerata e nefaria”, vale a dire in modo malvagio e nefando: Agàtocle, signore di Siracusa dal 316 al 289 a.C., e Oliverotto Euffreducci o Uffreducci da Fermo.

Oggi potremmo dire si tratti di due inglourious basterds, endiadi che sintetizza alla perfezione il punto di vista del Machiavelli, per il quale “non si può ancora chiamare virtù ammazzare e’ suoi cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione: è quali modi possono fare acquistare imperio ma non gloria”.

Agàtocle, per dirla con Giustino (Epitoma, XXII-XXIII, 1-2), “fu a lungo senza credito (sine fidei), perché non sembrava avere né soldi da poter perdere, né una coscienza da poter macchiare; nel complesso, nella sua condizione di soldato semplice, a furia di condurre un’esistenza non meno ribelle di quanto in precedenza non fosse vergognosa (ai lettori è già stato rappresentato che da ragazzo il futuro tiranno si era mantenuto prostituendosi, ndr), era pronto a ogni genere d’azione”; come ad esempio, e qui è Machiavelli che parla: dopo aver deliberato di diventare principe e di mantenere con violenza e senza nulla dovere ad altri quello che gli era stato concesso di comune accordo, convocò il popolo e il Senato di Siracusa come se avesse “avuto a deliberare cose pertinenti alla repubblica” e, a un cenno prestabilito, fece ammazzare dai suoi soldati tutti i senatori e i più ricchi del popolo, uccisi i quali, occupò e tenne il principato di quella città “senza alcuna controversia civile”, senza cioè, alcun contrasto interno.

Liverotto firmano”, rimasto orfano di padre da bambino e allevato dallo zio Giovanni Fogliani, apprese l’arte militare prima alle dipendenze di Paolo Vitelli e, poi, del fratello di costui, Vitellozzo, di cui divenne ben presto “el primo uomo della sua milizia”. Sembrandogli, però, cosa servile sottostare all’altrui comando, pensò, con l’aiuto di alcuni cittadini fermani, “alli quali era più cara la servitù che la libertà della loro patria”, e con l’appoggio di Vitellozzo, di occupare Fermo, sebbene l’impresa sarebbe andata a confliggere drammaticamente con gli incarichi che lo zio andava acquisendo in seno al governo cittadino.

Le parentele scomode non ne appannarono, però, le mire di potere: egli prese Fermo attraverso l’inganno. Entrato nella città con un corteo di cento cavalleggeri, grazie proprio ai buoni uffici dello zio, diede un banchetto in onore di questi; ma proprio in occasione del convito, si ritirò, seguito dai commensali, in una stanza preparata allo scopo, dove tutti i notabili di Fermo furono trucidati dai suoi soldati, compreso lo zio che lo aveva allevato.

Subito dopo, assediato il palazzo del governo cittadino, ottenne la nomina a signore di Fermo e, uccisi tutti quelli che per essere scontenti lo potevano attaccare, fu ben presto in grado d’incutere timore a tutti i i suoi vicini. Trascorso, però, neanche un anno dal “commisso parricidio”, lasciatosi ingannare da Cesare Borgia, Oliverotto fu strangolato a Senigallia, con Vitellozzo “maestro delle virtù e delle sceleratezze sue”.

Sulla diversa sorte dei due conviene riflettere. La morte di Oliverotto è un vero e proprio contrappasso per analogia: il traditore è tradito prima che sia trascorso un anno dal suo crimine. Per contro, la storia di Agàtocle è assai più complessa da giudicare: come mai lui e quelli come lui possono vivere a lungo sicuri? Dipende dal fatto, risponde Machiavelli, che le crudeltà possono essere usate male o bene, per il quale “bene usate” si possono chiamare quelle che “si fanno a uno tratto”, cioè tutte in una volta, per la necessità di rafforzarsi, mentre poi non si ripetono, ma si tramutano nella maggiore utilità possibile per i propri sudditi.

Ma là dove il principe abbia compiuto azioni tali da averne messo a repentaglio anima e reputazione deve ricordare, traendone le conseguenze, l’insegnamento di Seneca (De beneficiis, II, 5): “Iniuriae illorum praecipites, lenta beneficia sunt”, ossia che la pacificazione, se mai vi sarà, sarà comunque di lungo corso.