Che sarebbe stata una giornata agitata si era capito subito. Già prima dell’inizio della seduta per discutere la proposta di legge (pdl) del Movimento 5 Stelle per il dimezzamento dell’indennità parlamentare. Che secondo il testo a prima firma di Roberta Lombardi, arrivato in aula senza il via libera della commissione Affari costituzionali dovrebbe passare da 5.000 euro netti a 5.000 euro lordi al mese. L’epilogo è da copione: tutto rinviato a domani (alle 11,30) quando, dopo le schermaglie e le frecciate a distanza, soprattutto tra M5s e Pd, bisognerà tirare le somme. E decidere se mettere ai voti la pdl o rinviare tutto in commissione Affari costituzionali. Di fatto, a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. Ipotesi quest’ultima che i grillini danno praticamente per scontata. “Il Partito democratico di Matteo Renzi dovrà fare una scelta – ironizza la Lombardi con ilfattoquotidiano.it –. Votare contro il provvedimento o rimandare la grana a data da destinarsi: in pratica per i dem si tratta di decidere se fare una figuraccia grande o un po’ più piccola e quanto dovranno vergognarsi dinanzi agli italiani”.

Insomma, toni da resa dei conti. Basta incrociare in Transatlantico Rocco Palese, del resto, per farsi un’idea dell’aria che tira. Sotto la giacca d’ordinanza, l’onorevole dei Conservatori e riformisti esibisce una t-shirt con una scritta eloquente: “Presenze 99,19%”. Un modo come un altro per dire che non ci sta. “Ma soprattutto per spiegare all’opinione pubblica che in Parlamento c’è anche chi viene ed è presente praticamente sempre come il sottoscritto – spiega il deputato della componente che fa capo a Raffaele Fitto –. Anche quando non sono previste votazioni o durante le sedute di discussione e quelle riservate alle interrogazioni parlamentari che non fanno scattare le presenze per la diaria”. Ossia le spettanze dovute ad ogni singolo parlamentare per le spese di soggiorno nella Capitale. Sarà forse anche per questo che, come tutti i lunedì, non essendo previste votazioni, l’aula è ben lontana dal tutto esaurito. “Certo, la questione c’è anche se a noi del Movimento 5 Stelle, che già ci tagliamo l’indennità e rendicontiamo tutte le spese, non riguarda affatto – spiega a ilfattoquotidiano.it Laura Castelli –. E quando proviamo a sollevare il tema ci rispondono che, quando non sono in aula, sono impegnati in riunioni di gruppo o si trovano in missione. Di sicuro, la nostra pdl aiuterebbe a risolvere indirettamente il problema imponendo la rendicontazione di tutte le spese”.

Non mancano neppure le posizioni fuori dal coro. Come quella del capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta. “Se è vero, com’è vero, che non bisogna, non è corretto, e non è legittimo arricchirsi facendo politica, è da considerarsi altrettanto giusto che non ci si debba impoverire, guadagnare meno dall’attività che si porta avanti ogni giorno con passione”, spiega il presidente dei deputati azzurri. Che rilancia: “Proponiamo di calcolare l’indennità da corrispondere a deputati e senatori sulla base del reddito percepito prima dell’elezione”. Morale: chi è ricco resta ricco chi è povero resta povero? Stefano Fassina, di Sinistra italiana, la considera però solo una provocazione. “Credo che quello di Brunetta, che ha comunque proposto di fissare un tetto alle indennità, fosse più che altro un modo per sottolineare che ci sono delle professionalità che per occupare uno scranno in Parlamento devono rinunciare a stipendi ben più alti di quelli che percepiscono come deputati o senatori – spiega a ilfattoquotidiano.it l’ex candidato sindaco di Roma –. Basti pensare a quello che è successo nella Capitale e alle difficoltà della sindaca Virginia Raggi di trovare un assessore al Bilancio con un determinato curriculum proprio per il livello retributivo troppo basso fissato per la carica rispetto a certi stipendi. Detto questo, è ovvio che quello enunciato da Brunetta non può essere considerato un parametro applicabile”. Al riguardo, la proposta di Sinistra italiana è chiara. “Agganciare l’indennità a quella dei sindaci delle grandi città o degli europarlamentari, rendicontazione di tutte le spese, demandare all’amministrazione della Camera l’assunzione degli assistenti di deputati e senatori con contratti regolari”, aggiunge il capogruppo di Si, Arturo Scotto.

Intanto, in aula, il Pd torna alla carica sul caso dei rimborsi del vice presidente della Camera in quota 5 Stelle, Luigi Di Maio. “La proposta di legge del M5s arriva, guarda caso, all’indomani delle polemiche che hanno riguardato proprio Di Maio su questo tema – accusa il dem Emanuele Fiano –. Una proposta di taglio delle indennità al livello più basso di tutt’Europa, controbilanciato però da un uso molto disinvolto dei rimborsi e della diaria”. La replica del diretto interessato era arrivata addirittura prima della seduta. “In realtà io ho solo il 12% di assenze, per il resto, essendo un vicepresidente della Camera, quando non voto, mi trovo o a presiedere o a svolgere un’altra serie di funzioni che mi vedono in missione”, aveva risposto all’accusa di Renzi, sulle frequenze di Rtl 102.5, lo stesso Di Maio. Quanto al merito della pdl, è stata proprio la Lombardi, parafrasando il discusso quesito del referendum costituzionale, a riportare i dem al merito della proposta: “Volete voi oggi tagliarvi e dimezzarvi le indennità? Oggi, banalmente basta un Sì…”. Anche perché, numeri alla mano, secondo i deputati pentastellati, si risparmierebbero “circa 87 milioni di euro” di denaro dei cittadini. Vale a dire, 30 milioni di euro in più rispetto al “risparmio stimato della riforma Boschi”, aggiungono. Cifre che, però, non scuotono più di tanto la maggioranza. “C’è un solo modo per tagliare i costi della politica: si chiama ‘fare le riforme’, solo che non piace a chi chiede semplici operazioni di maquillage”, replica dai banchi del Pd Alessia Morani. Una posizione, quella dei dem, giudicata però“incomprensibile” anche da Sinistra italiana. Che con Alfredo D’Attorre pone una domanda ai suoi ex compagni di partito: “Come si fa a promuovere la riscrittura di 47 articoli della Costituzione con l’argomento del taglio dei costi della politica e del numero dei politici e poi rifiutare la discussione sulla riduzione delle indennità parlamentari?”. Ribadendo la contrarietà del suo gruppo “all’interruzione dell’esame in aula della proposta di legge e al rinvio del provvedimento in commissione”.

Per il finale se ne riparlerà domani. Quando in tribuna è atteso anche Beppe Grillo con una settantina di senatori e attivisti al seguito. E non sono escluse “iniziative clamorose”, sussurrano nei corridoi della Camera diversi deputati del M5S. Con gli altri circa 1.500 cittadini, che hanno risposto al leder del Movimento chiedendo di partecipare alla seduta, l’appuntamento sarà in Piazza Montecitorio per un sit in di protesta contro l’eventuale bocciatura o il possibile rinvio in commissione della pdl Lombardi. Ipotesi, quest’ultima, che tra i grillini danno già tutti praticamente per scontato.

Twitter: @Antonio_Pitoni