Da settimane si prepara l’attacco per riconquistare Mosul e da settimane le Nazioni Unite mettono in guardia contro il disastro umanitario che questo produrrà. Più di un milione di civili fuggiranno in cerca di un rifugio. Secondo le Nazioni Unite circa 700mila persone avranno bisogno di aiuti e assistenza immediati: abitazioni, cibo, acqua, per sopravvivere una volta lasciata la città. Questi esseri umani non hanno scelta: rimanere significa rischiare di morire sotto i bombardamenti e, per la popolazione sunnita, rischiare di essere “punita” dalle milizie sciite. E’ successo a Ramadi, a Falluja, a Tikrit, in tutte le città riconquistate dalla coalizione, la quale non è un esercito regolare, ma un’accozzaglia di gruppi armati e milizie settarie, che certamente non conosce né rispetta la convenzione di Ginevra.

In Europa e negli Stati Uniti pochi sanno che le milizie sciite Hashid Shaabi, conosciute anche come Forze di mobilitazione popolare, hanno partecipato alla cattura di Ramadi e Tikrit e che hanno commesso crimini di guerra contro la popolazione una volta cacciati gli jihadisti dell’Isis. Chi pensa che solo il Califfato sia composto da fanatici religiosi, che si esaltano al pensiero di ripetere le grandi battaglie del passato, sbaglia di grosso. Anche gli ‘alleati’ del presidente Obama fuori Mosul sono altrettanto fanatici. Il leader della milizia pro-iraniana Ahl al-Haq, Qais al-Khazali, ha dichiarato che la battaglia di Mosul sarà la vendetta sciita per l’uccisione di Hussein, non Saddam Hussein, si badi bene, ma Hussein ibn Ali, uno dei ‘martiri’ islamici ucciso nella battaglia di Karbala nell’anno 680, battaglia che fu la pietra miliare della lotta fratricida tra Sunni e Scia.

Anche se combattuta con le armi più moderne e con l’ausilio dei droni, la battaglia di Mosul, come quelle che l’hanno preceduta all’interno del territorio definito dall’Isis “Califfato”, nell’immaginario collettivo di chi vi partecipa appartiene al passato, agli albori del primo Califfato. Ecco perché è l’ennesima prova che l’Iraq democratico non esiste, che questa nazione è in mano a forze settarie che alla prima occasione fanno scorrere sangue iracheno. Ed ecco perché la popolazione sunnita di Mosul scapperà, come ha fatto quella di Ramadi, di Tikrit, di Falluja. Ma facciamo attenzione, non scappano dalle atrocità commesse dallo Stato islamico, scappano da quelle che commetteranno le milizie ed i signori della guerra sciiti.

Un destino atroce quello di questi profughi, che la fuga non cambierà. Il viaggio verso l’Europa – poiché è lì che tutti i moderni sfollati vogliono andare – è costoso, lungo e pericolosissimo. I poveri non se lo possono permettere e finiscono nei campi profughi in Iraq. Al momento circa 4 milioni di iracheni vivono in questi campi in condizioni tremende, la maggior parte sono sunniti che con la distruzione delle proprie città hanno perso tutto, quel poco che avevano.

I benestanti vendono oro e gioielli e pagano i contrabbandieri per portarli fuori. Ma la rotta più breve, quella turca è chiusa. Erdogan ha esteso all’Iraq – con il quale la Turchia divide un confine di 350 chilometri – la cosidetta “zona di sicurezza”, circa 900 chilometri quadrati. Creato quest’estate con l’operazione militare “scudo dell’Eufrate“, questo corridoio dovrebbe arrivare a 5.000 chilometri quadrati e correre lungo tutto il confine iracheno. Naturalmente la zona di sicurezza è controllata dalle milizie turche ed ha lo scopo di bloccare il flusso dei rifugiati ed impedire ai curdi di conquistare la lunga striscia di territorio che separa la Siria e l’Iraq dalla Turchia e che va dal Mediterraneo fino al Kurdistan iracheno. In Siria, questa strategia ha già funzionato, le milizie curde sono state costrette a spostarsi a sud ed a est del confine ed il flusso dei rifugiati si è spostato verso sud.

La rotta principale di chi scappa da Aleppo oggi è verso sud, attraverso la Giordania, l’Egitto fino alla Libia da dove ci si imbarca per l’isola di Lampedusa. E’ questa la rotta che gli abitanti di Mosul dovranno scegliere per arrivare in Europa. Il costo è alto perché la strada è lunga ed i rischi sono elevati. I profughi di Mosul arriveranno a pagare anche 10mila dollari, a seconda di come viaggeranno, se in aereo fino ad una delle città costiere della Libia o via terra, nascosti nei camion. Soldi che i contrabbandieri e trafficanti intascheranno.

Ma neppure i fortunati che riusciranno ad approdare vivi a Lampedusa, avranno vita facile. Finiti nel grande calderone dei migranti, verranno trattati come numeri, o peggio, come mercanzia che i governi europei danno in gestione a organizzazioni private, a scopo di lucro. Nel 2015, ad esempio, la Norvegia, un paese di 5 milioni di abitanti, ha accolto 31.500 rifugiati, più del doppio di quelli arrivati l’anno precedente. I migranti provenivano prevalentemente dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq e dall’Eritrea. Le strutture statali per l’immigrazione non riuscivano a gestire un simile afflusso e quindi il governo si è rivolto ad aziende private. Circa il 90 per cento dei profughi della Norvegia è gestito da società private. Per i proprietari di queste organizzazioni l’arrivo dei rifugiati è l’equivalente della Corsa all’Oro, infatti per alloggiarli e nutrirli il governo paga tra i 31 e i 75 dollari al giorno.

La conquista di Mosul sarà una vittoria di breve durata: aprirà un nuovo capitolo di lotte intestine e fratricide in Iraq, alle quali parteciperanno gli sponsor internazionali, tra cui Iran e Turchia; costringerà più di un milione di persone a fuggire, creando un altro disastro umanitario che l’Europa dovrà gestire; arricchirà i contrabbandieri di uomini e l’industria europea dell’accoglienza dei profughi, questi ultimi guadagni verranno realizzati a spese del contribuente europeo.

Ancora una volta i mercanti di uomini capitalizzeranno sugli errori di un’Occidente che ha perso completamente la bussola.