Il film di Alan Parker uscito nel 1991, e girato a Dublino con attori presi dalla strada, riportò il “soul alle masse”. I brani black immortali di Otis Redding, Wilson Pickett, James Carr, Sam Cooke, Joe Tex, Al Green, Don Covay, Ann Peebles, rivissero una seconda giovinezza. Il cinema e la musica non furono più gli stessi. Sabato 22 ottobre sul canale VH1 (canale 67) si rivedrà il film anticipato da un’ora di playlist “Commitments Party”. “Sono nero e me vanto”. Dice così il “bianco” Dean (Felix Gormey), il sassofonista che va avanti a sussidio di disoccupazione, ai due scugnizzi dublinesi che lo guardano attoniti mentre lui prova in mezzo alla strada la partitura per sax di Nowhere to run, pezzo delle “nere” Martha Reeves & The Vandellas, anno 1965. I Commitments stanno per andare in scena. Le prove si fanno in una soffitta di una sala biliardo piena di piccioni e mobili impolverati, mentre gli accordi degli strumenti e l’intonazione della voce si ripassano dentro la cella frigo della macelleria o sul bus dove si obliterano i biglietti. La prima della band è in una sala della parrocchia di Dublino dove invece di intonare i canti della messa, sbarcano le note di Wilson Pickett ed Otis Redding. Correva l’anno 1991, mese di settembre, quando The Commitments di Alan Parker uscì nelle sale statunitensi ed europee. Da quel giorno il mondo del cinema, e ancor di più della musica, non fu più lo stesso. Come voleva “fratello” Rabbitte, il manager Jimmy che smerciava musicassette al mercato tra cavalli e verdura in apertura di film, i Commitments dovevano riportare il “soul alle masse”. E ci riuscirono. Le cinque ragioni per cui The Commitments va annoverato tra i cult di fine secolo partono da qui.