Uno scrittore, seduto nel suo studio, sta lavorando a un libro, di fronte a lui c’è un collaboratore: gli legge ciò che hanno appena battuto al computer. Intanto l’autore ripete a bassa voce le parole del testo, voltando il capo come se dall’altra parte ci fosse un pubblico. I suoi occhi si illuminano spalancandosi, mentre ascolta come suonano le parole che ha appena dettato. Non è proprio capace di scrivere e basta, non saprebbe mai stare per ore in uno studio da solo, aspettando l’ispirazione. Ha bisogno di vedere ciò che scrive, di toccarlo, di renderlo fisico. La scrittura per lui non è il fine è solo il punto di partenza, il primo ingrediente della torta a mille strati che mostrerà ai suoi stupefatti commensali reggendola in alto con le mani.

A scrivere sono le persone che hanno lavorato con lui, che erano lì ogni giorno quando si dipingeva, si scriveva, si organizzavano spettacoli, quando venivano i giornalisti. Dario ci teneva a sottolineare il fatto che il nostro era un lavoro comune. Come uomo di teatro, non avrebbe potuto fare diversamente. Aveva bisogno di confrontarsi, di uno specchio e anche di un contraddittorio, attraverso cui capire subito ciò che funzionava e ciò che si poteva migliorare. Amava discutere con noi delle idee che partoriva continuamente, sia quando lavorava sia mentre si era a pranzo o in tournée.

Dario Fo era fisico da ogni punto di vista. Non sopportava il vuoto. Nei suoi più celebri lavori era da solo sul palco ma nessuno come lui sapeva riempire la scena. Non soltanto per la sua fisicità, per il suo modo di muoversi, di “gestire”, come diceva lui. Dario aveva una presenza che si espandeva. Per questo in qualunque luogo si trovasse tutti lo riconoscevano, avevano desiderio di ascoltarlo, si mettevano vicini. Era lui che per primo aveva voglia di coinvolgere gli altri. In treno intavolava discussioni con i viaggiatori, regalava disegni ai bambini, e se gli mancava la carta non si faceva problemi a strappare una pagina da un suo libro. Quando si trovava fuori Milano interrogava i tassisti sulla situazione politica e i problemi della città. A Roma chiedeva di Mafia Capitale, e se uno si mostrava sfiduciato dallo stato del Paese lui si infervorava nel tentativo di convincerlo che ognuno può contribuire a migliorare le cose. Non gli bastava essere Dario Fo, parlare dal palco o dei giornali a migliaia di persone insieme. Se aveva l’occasione di scuotere anche un solo cittadino lo faceva con la stessa veemenza del regista che corregge un attore che sbaglia la battuta. Perché in quel momento Dario Fo era tre cose, un privato cittadino che cerca di coinvolgere qualcuno nel suo ragionamento, un regista che riprende un interprete che non mette abbastanza energia nel suo personaggio e un attore che si esibisce in una grande tirata, per prendersi tutta la scena e strappare l’applauso.

Questo era anche il suo modo di lavorare. Si appassionava a una storia, che magari aveva letto in un libro o sentito in televisione o da un amico, e sentiva il bisogno di raccontarla. Da quel momento non poteva fare a meno di impadronirsene e lavorarla con tutti i mezzi espressivi che aveva, perché uno solo non sarebbe stato sufficiente a esaurire la sua voglia di raccontare. E allora ecco che mentre in una stanza si scriveva un libro in un’altra si dipingevano i quadri per illustrarlo e per farne un’esposizione, e allo stesso tempo nella prima stanza si elaborava la versione teatrale.

Che cosa rimane di tutto questo? La consapevolezza che bisogna essere instancabili, perché non c’è tempo per essere stanchi, perché se anche uno solo rallenta il lavoro di tutti gli altri ne risente, e quella sera lo spettacolo verrà male. Perché c’è troppo da fare, troppe storie, troppe verità da scoprire o da inventare, e bisogna essere in tanti per raccontarle bene, per essere sempre di più, perché anche agli altri venga voglia di prendere la propria storia, attaccar discorso con qualcuno su un treno, su un taxi o per la strada e fargli sentire che quella storia è la sua.

Di Margherita Pigliapochi e Jacopo Zerbo