Il confine tra giusta indignazione e ignorante censura è sempre più labile. Almeno stando a quanto è successo nelle ultime ore attorno al testo di una canzone di Emis Killa. Il pezzo in questione (“3 messaggi in segreteria”) parla di uno stalker ossessionato da una ragazza e la storia è raccontata proprio dal punto di vista dell’ossessionato. Per raccontare bene una storia del genere, è normale che il testo debba essere forte, anche fastidioso nella sua crudezza, soprattutto se a cantarlo è un rapper, uno che quasi per contratto vuole e deve usare toni estremi ma efficaci.

Il testo di “3 messaggi in segreteria” (che è indubbiamente forte, a tratti disturbante) ha fatto arrabbiare molte persone sui social network, con la solita polemica web che piano piano è diventata una valanga (di cosa potete immaginarlo da soli…). Secondo i troppi alfieri del politically correct che si sono indignati per le frasi cantate da Emis, il rapper avrebbe in qualche modo avallato e giustificato lo stalking, la violenza di genere, il femminicidio e Dio sa cos’altro ancora.

Ecco qualche verso della canzone: “So che sei in casa però non rispondi/ Finestre chiuse tu lì che mi ascolti/ Io con le idee confuse, tu che confondi /Tutte le mie scuse per stalking”. O ancora: “Ieri era il mio compleanno lo sanno anche i muri/ Io ti aspettavo, tu nemmeno mi hai fatto gli auguri/ Eri stata avvertita, ricordi quegli scleri/ Io te l’avevo detto vengono i problemi seri/ E ora hai paura perché tutti quei brutti pensieri/ Da qualche giorno hanno iniziato a diventare veri/ E adesso guido verso casa tua che vivi a Monza/ Pieno di cattive idee dettate da una sbronza/ Volevo abbassare le armi ora dovrò spararti/ Non mi dire di calmarmi, è tardi stronza/ Fanculo al senso di colpa, non ci saranno sbocchi/ Voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi/ Io ci ho provato e tu mi hai detto no/ E ora con quella cornetta ti ci strozzerò”, fino alla frase che ha provocato il maggior numero di reazioni isteriche: “Lo so sono egoista, un bastardo, ma preferisco saperti morta che con un altro”.

Basterebbe leggere bene il testo e capire qualcosa di rap per rendersi conto, invece, che Emis Killa ha solo voluto raccontare in maniera più realistica e dura possibile un problema enorme dei giorni nostri. Ma forse, ai tempi della polemica fast food sui social, c’è sempre bisogno di spiegare anche le virgole di una canzone. E allora così sia, pazienza. Emis Killa è stato obbligato a rispondere con un lungo post su Facebook, nel quale prova a spiegare il significato di quel testo: “In questa canzone racconto di un ragazzo che perde la testa per la ex fidanzata e decide di ammazzarla. Lo racconto dal punto di vista, malato, di chi ammazza. È il mio modo per sensibilizzare e denunciare il femminicidio.  Ho scelto un metodo brusco, diretto, cattivo, e soprattutto in prima persona, perché so che è il più efficace e mi appartiene, e infatti si sta alzando un polverone, che è quello che mi aspettavo, per poter porre l’attenzione su uno degli aspetti più brutti di questa società. […] Quando creo canzoni creo mondi, a volte colorati, a volte crudi. Nelle canzoni racconto la realtà, che a volte è orribile, a volte è sbagliata, ma mai possiamo far finta che non esista. Ho corso di proposito il rischio di essere frainteso perché il mio richiamo alla riflessione e alla consapevolezza non passasse inosservato, e l’ho fatto coi modi e le parole che sono mie. […] Non temo assolutamente che qualcuno pensi ad emulare il personaggio che interpreto, sarebbe come temere che chi legge gialli poi diventi un serial killer”.

Spiegazione lunga, articolata e precisa. E inutile, verrebbe da aggiungere, perché davvero non si comprende il perché di una polemica sul nulla. Bisognerebbe ringraziare Emis Killa, piuttosto, per aver dato forma (seppur spaventosa e cruda) all’incubo peggiore per molte donne. Ma, come dicevamo, il confine tra indignazione sacrosanta e polemica pretestuosa e ignorante sta diventando sempre più labile. Irrimediabilmente.