Entrarci come ospite non è facile. Devi lasciare un documento insieme a tutti gli effetti personali, soprattutto il telefono. Un po’ come i controlli alle partenze in aeroporto. Ma qui devi anche compilare una dichiarazione sui carichi pendenti. Cioè si sottoscrive che si è incensurati. Superata la grande porta d’acciaio che separa il “dentro” dal “fuori” entri in un micromondo di lunghi corridoi, edifici in mattoni gialli che hanno grate sulle finestre come occhi e panni stesi per occhiaie colorate. Si ha la percezione che in ognuno di quei mattoni ci siano storie che non vorresti ascoltare, ma che sono accadute e poi sono state giudicate. Scortati dalle guardie di turno si arriva all’Auditorium del Carcere di Rebibbia, la sala dov’è nato il celebre Cesare deve morire, teatro shakespeariano diretto da Fabio Cavalli prima, pietra miliare dei Taviani poi.

Quest’anno la Festa del Cinema di Roma ha esordito tra le mura penitenziarie con la proiezione di qualche titolo dalla sua kermesse. Domenica i soli detenuti con i loro familiari hanno visto Sing Street, mentre lunedì con l’ingresso aperto al pubblico è stata la volta di Sole cuore amore di Daniele Vicari. I detenuti erano in un quarto di sala a loro riservata. E gli sguardi delle scolaresche presenti sembravano percorsi da mille pensieri e interrogativi al loro arrivo. Mentre lo stesso regista presente in sala ha confessato più emozione lì che sul tappeto rosso dell’altro Auditorium, quello di Renzo Piano. Io sedevo a metà sala, appena davanti a quella benedetta fila con un paio di metri di corridoio a consentirti di distendere comodamente le gambe. Su quella fila e fino a fondo sala i veri padroni di casa: i detenuti. E i secondini a controllarci tutti.

Quando Francesco Montanari compare sul grande schermo si leva un: “Anvedi chi ce sta! Er Libanese!”. Ogni tanto un sorriso per i tanti commenti e battute dei detenuti ti viene. È un vociare che sa di libertà, magari lunga solo un film, ma preziosa da condividere. Quindi ben venga pure la difficoltà di comprendere alcune parole sussurrate dagli attori. In questo piccolo paradosso che è Rebibbia non t’innervosisce, come farebbe certamente in qualsiasi altro cinema. Anzi.

Il trittico di parole più banale “sole cuore amore” attraverso la cinepresa di Vicari si dipana in un ritratto lucido dell’odierna periferia romana. La storia dei protagonisti, una coppia di trentacinquenni con quattro figli è trasversale e supera i confini delle proprie location. Ritrae la vita sacrificata e pendolare di chi dall’hinterland passa due ore sui mezzi pubblici per raggiungere un posto di lavoro mal pagato, racconta delle tensioni per mantenerlo e i mille problemi che riducono al minimo le ore di sonno. La salute ci mette il suo intaccando Eli, una Isabella Ragonese profondamente ispirata, e ogni equilibrio si farà ancora più fragile e faticoso. Vicari non è perfetto come Ken Loach ma prorprio per questo mette in scena un cinema ancor più reale, vivido, a volte crudo con i suoi risvolti, altre tenero, altre ancora spassoso. Com’è la vita. Pur quando difficile, una risata ci può scappare. Qualche intreccio narrativo resta un po’ sospeso. Scelte autoriali, ma il film seppur dal basso è altissimo, anche socialmente. Non perché lo suggeriscano i titoli di testa per via del Ministero che lo ha co-finanziato.

Il merito dell’autore resta grande perché sintetizza in una storia semplice l’aggressività egoistica dei nostri tempi, l’importanza dell’accoglienza della famiglia per l’individuo e la dignità necessaria del lavoro. I personaggi ti entrano sotto la pelle. A volte con piacere come il Mario affettuoso e disoccupato di Montanari, altre con sensazioni molto meno positive. Come per il ruvido principale di Eli interpretato da Francesco Acquaroli.

La vicenda di Eli s’intreccia anche con quelle di Vale, performer che arrotonda babysitterando i figli dell’amica e gestendo con difficoltà il rapporto con la madre e quello con la compagna di lavoro. L’elemento danza si pone come punteggiatura ideale per le vicende della famiglia separando i blocchi narrativi con coreografie tra Forte Prenestino e altre periferie di Roma. Periferie come Rebibbia, che ne ha incarnato perfettamente lo spirito. Giovedì 20 ottobre i detenuti del G12 saliranno sul palcoscenico per Dalla città dolente, piéce teatrale per la prima volta trasmessa in diretta al Museo MAXXI per la Festa del Cinema e in streaming online dal sito del Centro Studi Enrico Maria Salerno, l’associazione che si occupa di cultura e integrazione all’interno del carcere. Se la montagna non va da Cesare, Cesare va alla montagna. Era Maometto, ma stavolta va bene così.

@FranceDiBrigida