Valerio Massimo Manfredi, dodici milioni di copie vendute, tradotto in più di quaranta lingue, è il signore del romanzo storico europeo. E’ uscito in libreria il suo nuovo lavoro, Teutoburgo, edito da Mondadori: una potente rievocazione, fra rigore storico e fantasia narrativa, della rovinosa sconfitta dell’esercito romano consumatasi nel 9 d.C. ad opera dei Germani, nella foresta tristemente a ridosso del fiume Weser.

C’è una curiosa simbologia,Valerio, che riguarda il numero 9 e che ricorre in questo romanzo: la battaglia, il 9 d.C. E l’uscita del libro, il 9.9.2016, che sommato da’ 9. E’ una casualità, oppure lo avete scelto?
Abbiamo deciso di uscire il 9.9, e poi ci siamo accorti che c’è anche il terzo nove: quello del millennio, che sommando le cifre, come hai notato tu, dà 9.

Come nasce l’idea di un tuo libro? Come crei il set? So che scrivi con la musica, e i personaggi ad un certo punto cominciano a fare la loro comparsa…
Diciamo che io seguo molto l’istinto, che credo sia l’alleato migliore per uno scrittore. Quindi mi concentro sulle emozioni, cerco una storia che venga raccontata per la tensione enorme che ha dentro: perché il tempo, il momento è cruciale. Poi, per ispirarmi, utilizzo la musica: la ascolto continuamente mentre scrivo, soprattutto per le scene più drammatiche.

Si dice che attualizzare la storia non ha senso: perché la storia è attuale in sé, basta saperla leggere e interpretare. Lo scontro fra Romani e Germani dura in realtà da duemila anni, questo dunque è un tema di attualità.
Non solo. Le conseguenze di quell’evento sono vive ancora oggi. Augusto ha uno shock tremendo quando gli arriva la notizia del disastro di Teutoburgo. A quel punto si convince che non si può romanizzare la Germania, quindi decide di ritirarsi di nuovo sul Reno.

La storia non si fa con i se e con i ma. Cosa però sarebbe successo all’Europa se la battaglia di Teutoburgo avesse avuto esiti diversi?
E’ un gioco che non si può fare. Però se vogliamo possiamo dire che la romanizzazione dei popoli germanici avrebbe avuto delle conseguenze talmente forti che avrebbe cambiato completamente la Storia. Forse non ci sarebbero state nemmeno le due guerre mondiali.

Mi ha colpito una scena del libro. Quella che contrappone i fratelli Armin e Wulf, protagonisti del libro, sulle rive del fiume Weser. Qui hai osato sfidare nientemeno che Tacito.
Sì, l’ho riscritto. Ci vuole una bella faccia di bronzo, lo ammetto. Però c’è un motivo. Quell’incontro è una pièce teatrale, nella quale il fiume è il simbolo: uno sta da una parte e uno dall’altra sulle due sponde. L’uno dice all’altro: la tua patria è qui, anche nostra madre lo vuole, vieni con noi. L’altro rifiuta, in nome della fedeltà a chi l’ha cresciuto.

Il libro è già in vetta alle classifiche. Perché il romanzo storico “tiene”, anche in un periodo di crisi nera per l’editoria come questo, secondo te?
Stabiliamo che tutti i romanzi sono storici, perché nessuno è capace di uscire dalla storia, e neanche può. Il romanzo che racconta epoche lontane ha il fascino di “another time, another place”- la macchina del tempo che ti riporta indietro. Non solo: il vantaggio che ha la narrativa sulla storia è che la storia è obbligata all’onere della prova, deve dimostrare tutto quello che dice.

Nel rapporto tra verità storica e finzione narrativa, ci sono verità che in qualche modo sfuggono allo storico, ma che invece può comprendere meglio il narratore?
La storia è fatta di desiderio di potere, di denaro, di sesso, di emozioni quasi tutte violente. Quello che può fare la narrativa è ricreare questi frangenti, queste situazioni, questi grovigli – come dice Manzoni – di quel guazzabuglio che è il cuore umano. E poi la ricostruzione fatta in questo modo ha delle possibilità che la storia scientifica non ha, o rifugge: lo storico pensa che le emozioni ci obblighino in qualche modo a raccontare le cose diversamente, mentre nella narrativa i sentimenti, le passioni hanno un ruolo fondamentale.

Hai detto che la storia è un cantiere sempre aperto, h24, in tutto il mondo, tutti i giorni. Intendi che non raggiunge mai verità definitive?
No, perché la verità è un concetto astratto, e come tale irraggiungibile. Ma pur sapendo che è irraggiungibile, lo storico sa che il valore del suo lavoro esige un lavoro continuo. La narrativa nasce molto prima della storia: nasce quando l’uomo ha imparato a parlare. Se tu immagini un bivacco di cacciatori neolitici, e uno di questi che comincia a raccontare di una caccia. E vede che, più la vicenda è potente e ricca di episodi “narrativi”, più gli altri stanno attenti. Questo gratifica chi racconta: e proprio per il fatto che la densità delle emozioni attrae moltissimo, è portato ad aggiungerne.

Il tuo è un pubblico intergenerazionale.
Si è consolidato in una successione di opere. Perché prima devono accorgersi che ci sei. E poi l’intensità della vicenda, dei sentimenti, delle passioni, il fascino di ricostruzioni, di ambienti sterminati, di vastità senza confini, di cose che non esistono più, perché le abbiamo distrutte da secoli, devastando il luogo in cui abitiamo. Questo crea un attaccamento alla vicenda, per cui il lettore non si “stacca” mai.

Qual è il libro dei tuoi che ti ha cambiato la vita?
Alessandro, perché ha avuto un successo davvero notevole, nel panorama italiano. A parte Camilleri, un exploit così allora era più unico che raro in Italia. Tradotto in 39 lingue in 75 Paesi: anche in albanese, croato, ebraico, persiano, cinese, giapponese, thailandese. Ovviamente ha cambiato tante cose per me.

Ci dai un’anticipazione sul prossimo libro?
Il mio prossimo romanzo sarà ambientato in Congo durante la guerra civile degli anni Sessanta: quindi una cosa molto più recente. E’ una storia veramente pazzesca. Io mi muovo in qualunque scenario: l’importante è avere una storia fantastica, meravigliosa, affascinante da raccontare. Poi all’interno ci saranno anche i valori, i messaggi, le analisi della psicologia umana. Ma io resto convinto che la narrativa sia nata per narrare. Non per descriversi l’ombelico.