La sindrome da alienazione parentale è un’elaborazione teorica formulata da uno psichiatra americano R. Gardner nel 1984. Viene descritta come un malessere che si determinerebbe durante le separazioni e i divorzi. Uno dei due genitori eserciterebbe nei confronti dei figli una sorta di programmata e continuativa distruzione dell’immagine e della relazione con l’altro genitore. Questo vero e proprio lavaggio del cervello porterebbe i figli a staccarsi e successivamente provare rancore ed odio verso il secondo genitore. Secondo l’autore di questa teoria si determina attraverso la denigrazione sistematica del secondo genitore, impedimento alla possibilità di passare del tempo da solo col figlio, accuse di trascuratezza o di violenza. I figli si alleerebbero col primo genitore, che sentono sofferente e che ai loro occhi appare vittima, contro l’altro genitore sviluppando odio e rancore fino a rifiutare qualsiasi contatto. A quel punto come dice la parola “alienazione” il secondo genitore diviene una sorta di estraneo e viene espulso emotivamente dalla vita del figlio.

Questa teoria, con le sue ulteriori elaborazioni che per esigenze di spazio non descrivo, è molto controversa e per il momento non è accettata dalla comunità scientifica psichiatrica tanto che non viene citata nei principali manuali diagnostici. Se non esiste una sindrome con tutte quelle caratteristiche non vuol però dire che non esistano casi di sofferenza in cui uno dei genitori non cerchi di distruggere la relazione fra il proprio ex partner e il figlio.

Cito esempi che sono giunti alla mia attenzione negli anni:

1. Coppia separata con bimbo piccolo. La madre, con cui il bambino vive, si trasferisce a 400 km di distanza e comincia una convivenza con un altro uomo. Quando il padre dopo un lungo viaggio arriva per prendere il figlio inventa mille scuse (è malato, sta dormendo, è andato fuori con la nonna) per impedirgli di vederlo. Si attacca rigidamente agli orari che il tribunale aveva proposto per mettere i bastoni fra le ruote del padre che ha difficoltà a relazionarsi col bambino. Il bimbo chiama papà il nuovo compagno della madre. Ogni due /tre anni l’avvocato di lei intenta nuove cause per avere più soldi o per impedire al padre di trascorrere col bambino le vacanze estive o  Natalizie.

2. Coppia separata da poco con figlio di 16 anni. Il padre ha sempre lavorato moltissimo e la madre era una casalinga per cui il figlio ha un rapporto privilegiato con lei ed è rimasto nella casa familiare. Il ragazzo non vuole assolutamente andare nella nuova casa del padre. Lo ha bloccato sul telefonino e gli ha detto che si “deve vergognare”. Lui, aderendo al pensiero della madre, è convinto che il padre abbia un’amante e che le liti familiari fossero tutte da addebitargli. Non si pone minimamente il dubbio che la madre soffra di gelosia eccessiva e non vuole ascoltare il punto di vista del padre.

3. Ragazza di 25 anni che è sempre vissuta col padre dopo la separazione avvenuta quando aveva sedici anni. Il padre le ha sempre parlato male della madre che, ai suoi occhi, risultava una poco di buono. In realtà ora, dopo anni di riflessione, ha deciso di ricontattare la madre e passare tempo con lei. Ha scoperto che la visione manichea del padre era parziale e che la madre, pur fragile, è una persona importante per lei.

L’affidamento condiviso dei figli in Italia dovrebbe essere la regola. Si tratta di una modalità per cui i bimbi in caso di separazione rimangono affidati ad entrambi i genitori con una sostanziale parità di tempi relazionali per entrambi. Nella realtà spesso i tribunali Italiani danno ancora una netta prevalenza al genitore con cui il figlio ha l’alloggio prioritario e che di solito è la madre. Persone senza scrupoli “insegnano” vari tecnicismi atti a mettere in difficoltà l’altro genitore.  Si può creare una situazione in cui uno dei due genitori odia talmente tanto il proprio ex da cercare in tutti i modi di farlo sentire solo, da alienargli il rapporto coi figli e cercare di togliergli tutto il denaro che può per metterlo “in mutande”. La famosa frase “ti rovino” che si dice nei momenti di discussione di coppia in stati di alterazione emotiva può divenire una tragica realtà.

Sono convinto che non si possa definire una sindrome medica generalizzabile caratterizzata da sintomi ripetitivi e costanti. Permane però il problema di ragazzi manipolati in una fase della vita caratterizzato da estrema fragilità emotiva e dipendenza da un adulto che può indottrinarli. Credo che i tribunali dovrebbero vigilare per far rispettare il più possibile non solo l’astratto contenuto giuridico ma anche la sostanza dell’affidamento condiviso spingendo i genitori ad affrontare terapie di coppia o individuali.