Il Nobel a Dylan nel giorno della morte di Dario Fo, le infinite polemiche seguite all’assegnazione dell’ambito riconoscimento al menestrello di Duluth, il parallelismo con le polemiche molto simili che arrivarono anche nel 1997, quando a vincere fu il giullare Fo. Una serie di argomenti distinti eppure evidentemente interconnessi che forse solo Roberto Vecchioni, dalle nostre parti, può analizzare con competenza e obiettività. E il Professore non ha dubbi, visto che considera la “canzone d’arte” una forma alta di letteratura, forse solo “colpevole”, agli occhi degli intellettuali accademici, di essere più facile da comprendere e di immediata fruizione: “A parte pochi eccellenti difensori come Nanda Pivano, i critici letterari italiani non hanno mai considerato Guccini, Dalla o De Andrè all’altezza della poesia tradizionale. Eppure il cantautorato italiano è l’erede di quello francese dei Brel e dei Brassens…”.

Professore, ci risiamo: ha seguito le polemiche su cosa è letteratura e cosa non lo è, seguite al Nobel a Bob Dylan? Lei come la pensa?
Tra le varie poetiche, la poetica in musica è altrettanto letteratura quanto altri tipi di letteratura. Questa è la mia definizione. E non ci sono altri tipi di definizione. Quando un uomo usa la parola con la musica dietro o con una gestualità come quella di Dario Fo o la parola semplice scritta su un foglio, sta facendo letteratura allo stesso modo.

Come si spiega questa polemica da parte del mondo accademico?
Sono dinamiche che viviamo da tanto tempo. La stessa canzone d’autore di Guccini, del grande De Andrè, di Dalla, non è mai stata considerata all’altezza della poesia, per quanto siamo riusciti ad avere grandi difensori, tra cui Nanda Pivano, che già da anni diceva che Dylan meritava il Nobel e che De Andrè era il più grande poeta italiano del momento. Lei forse esagerava per amore di questo nuovo tipo di comunicazione, ma io sono convinto che nella canzone d’autore (anche se il nome è brutto) o nella canzone d’arte, se vogliamo chiamarla così, ci sia della altissima poesia in tanti autori e soprattutto in Italia, che è l’erede della Francia dei Brel e dei Brassens. Siamo superiori all’America e all’Inghilterra.

Lei ha citato Fo. Anche nel 1997, quando gli fu assegnato il Nobel, c’erano state polemiche da parte di chi non lo riteneva “degno” di un tale riconoscimento. Secondo lei, a parte le polemiche, c’è qualcosa che unisce Dario Fo e Bob Dylan?
Sono completamente uniti. Innanzitutto dall’imperfezione, in senso positivo. Chi fa letteratura “perfetta” e vince il Nobel non è all’altezza di un imperfetto che arriva allo stesso riconoscimento. Imperfetto vuol dire che magari non sei stilisticamente o formalmente all’altezza di altri. Ma dal punto di vista di sentimenti e contenuti batti di gran lunga tutti gli altri. E l’altra cosa che li unisce è che in entrambi i casi i membri dell’Accademia Svedese hanno premiato forme di letteratura che erano ai margini. Hanno aperto una strada: con Fo per il teatro e con Dylan per la canzone d’autore. Che poi Dylan è molto più di questo, visto che in più di cinquant’anni ha rappresentato al meglio i mali del mondo e dell’America.

Qualche anno fa era stato fatto anche il suo nome per il Nobel. Come aveva vissuto quella proposta?
Mi sembrava paradossale, anche perché secondo me bisognerebbe andare coi piedi di piombo su queste cose. Soprattutto perché tante cose che ho scritto e ho cantato non sono ancora state comprese appieno da chi giudica. Più dalla gente, molto meno dai cosiddetti intellettuali.

Eppure il confine tra letteratura tradizionale e canzone d’autore è sempre più labile. Stiamo andando vero un annullamento quasi totale di questi confini?

Sì, credo di sì. Però in pochi casi, perché continua a essere prodotta una marea di musica commerciale che non ha niente a che vedere con la ricerca letteraria. Ma ci sono esempi notevoli, da noi e altrove, che vale la pena studiare e valorizzare. È certamente una poetica diversa dalla poesia pura ma è altrettanto alta e nobile. E soprattutto è più diretta, visto che arriva subito alla gente.

Ecco, secondo lei questa immediatezza nella fruizione e nella comprensione è un difetto imperdonabile da parte dei critici?
Sì, perché l’intellettuale che sta nella sua torre d’avorio reputa troppo “facili” queste forme di letteratura. È come dire che l’arte debba essere per forza complicata, barocca, incasinata, incomprensibile.

È un po’ quello che è successo alla Chiesa con la riforma luterana, quando i preti temevano di perdere potere perché si preoccupavano che la Bibbia potesse essere capita dai fedeli senza intermediazione…
Direi proprio di sì. L’esempio va benissimo.