Il Nobel a Bob Dylan? Per me ci sta tutto. E’ indiscutibile che la sua poesia sia potente al pari di un grande come William Blake, giusto per dirne uno. Però sia chiaro: io in quanto cantautore pop non mi sento coinvolto nel suo Nobel. Il premio è al signor Robert Zimmerman e a nessun altro. Intendo dire, non è un riconoscimento alla musica pop”. Musica a palla, folla impazzita che canta e balla ovunque. Semplice: è arrivato Jovanotti. Con il divo pop per eccellenza della musica italiana, la kermesse del cinema di Roma completa dunque la sua mutazione da festival a festa. Il direttore Antonio Monda lo accoglie così, e il Lorenzo nazionale si accomoda sulla poltroncina della Sala Sinopoli nella consueta “divisa” da teenager (nonostante i 50 anni appena compiuti) davanti a trepidanti famiglie romane rigorosamente smartphone-munite: il selfie è d’obbligo.

Tra gli Incontri Ravvicinati quotidiani quello con il cantante aretino è tra i più gettonati ma chi si aspettava qualche statement politico – magari referendario – o musicale si sbagliava. Jovanotti si esprime solo ed esclusivamente sul cinema “un campo che non mi appartiene per niente” si schermisce Cherubini. Il cinema da lui “vissuto” più che amato perché “voglio presentarmi a voi come una persona e non come un cinefilo“. Nessun film di Kubrick, Leone, Benigni, Herzog, Kiarostami, Scott, Kurosawa, Boyle, Pasolini, Von Trier, Chaplin, De Sica, Spielberg, Bertolucci, la Pixar o Lynch (solo per citarne alcuni): loro sono quelli che Jovanotti ama da cinéphile, di altri registi sono i 15 titoli che ha scelto da presentare in brevi sequenze, ciascuna commentata con riflessioni e ricordi squisitamente personali.

Naturalmente ogni clip viene acclamata dalla platea quasi fosse l’accordo introduttivo di un suo pezzo famoso: da The Blues Brothers a La febbre del sabato sera (“su questo film potrei fare un corso universitario tanto l’ho visto”), da Kill Bill di Tarantino (“che mi piace tutto”) a Yuppi du di Celentano (“che mi ha insegnato la cura dei dettagli”) passando per Altrimenti ci arrabbiamo (“Bud Spencer mi ricorda mio padre”), Io, Chiara e lo scuro di Nuti (“ho molta gratitudine verso di lui”), Stand By Me di Reiner, Taxi Driver di Scorsese fino al recente Mad Max – Fury Road (“che è piacevole allo sguardo come un porno”). E gli applausi non mancano anche davanti a scelte meno pop e più ardite, in contraddizione al suo negarsi cinefilo: scorrono dunque sequenze da I 400 colpi (“il primo film che ho scelto”) di Truffaut e da un raro Coppola come Un sogno lungo un giorno, dall’africano Timbuktu di Sissako (“l’ho amato da matti”) e da La città incantata di Miyazaki (“tutti i suoi film sono capolavori”), da Andrej Rublev di Tarkovskij (“che fa poemi in cinema”) e, sul finale, dal felliniano Amarcord perché “dallo zio Teo ho rubato l’ispirazione per una canzone. E da questo film ho capito che la follia in una famiglia è un dono di Dio”.