di Giulia Palestini *

Nelle narrazioni mainstream sulla guerra in Siria, dello schieramento a sostegno del regime di Assad è enfatizzato soprattutto lo sforzo muscolare di Russia, Iran e Hezbollah. Si parla invece meno delle altre milizie pro-Assad, il cui numero e grado di eterogeneità ha ispirato il neologismo militiafication (letteralmente “milizificazione”). Questo termine è stato coniato da Aron Lund, ricercatore del Carnegie Middle East Center, per descrivere il sempre più ampio ricorso di Assad a gruppi di miliziani in funzione anti-oppositori. La crescente dipendenza di Assad da gruppi armati stranieri dimostra in buona misura l’insufficienza e, in alcuni casi, l’inaffidabilità delle forze locali nel contrastare la galassia di formazioni che combattono il regime.

Tra i combattenti filo-governativi venuti da fuori nell’ormai affollato suolo siriano, gli iracheni si sono rivelati un attore importante. I primi di loro sono entrati nel Paese sin dal 2011 ma solo gradualmente il fenomeno è uscito dalla clandestinità. La giustificazione ufficiale di questo impegno in Siria è la protezione di luoghi sacri agli sciiti, come la moschea Sayyida Zeynab a Damasco.

Oltre questa motivazione religiosa hanno però pesato anche interessi economici e politici. Si è registrata una presenza discontinua dei combattenti sciiti dell’Iraq soprattutto a partire dall’estate del 2014, quando molti di questi miliziani sono tornati in patria per fronteggiare le conquiste dello Stato Islamico. L’afflusso di questi uomini è di nuovo copioso nell’attuale fase di braccio di ferro per il controllo di Aleppo. Il 7 settembre scorso l’agenzia Reuters ha riportato la notizia che come rinforzo alla difesa di Assad la formazione Harakat al-Nujaba (per esteso “Harakat Hezbollah al-Nujaba”, abbreviato “HHN”) stava inviando un contingente addizionale di 1.000 uomini.

Harakat al-Nujaba è la più ampia formazione sciita irachena in Siria, perciò merita un’attenzione particolare. Guidata da Sheikh Akram al-Kaabi, Harakat al-Nujaba è una costola ormai indipendente delle Brigate Hezbollah irachene (KH) e di Asa’ib Ahl al-Haq (AAH), quella che qualche anno fa il Guardian definiva come “la nuova forza politica più potente del Medio Oriente”. Harakat al-Nujaba, insieme ad altri gruppi iracheni, afgani e a forze libanesi di Hezbollah, è di fatto coordinata in Siria dal Generale iraniano Qasem Soleimani, il sempre più noto capo della Forza Quds (l’unità speciale dell’Iran per le missioni all’estero).

L’operosità di Harakat al-Nujaba in Siria colpisce se si considera che combatte contemporaneamente anche sul teatro di guerra iracheno. Sembra piuttosto impegnata anche sul terreno delle pubbliche relazioni. Ad esempio il 6 settembre scorso, come già in precedenza, Harakat al-Nujaba ha esibito sui suoi social media le foto del Generale Soleimani in visita alle postazioni militari del gruppo a sud di Aleppo. Appena una settimana prima il leader al-Kaabi si era recato a Teheran per incontri con le alte sfere della Repubblica islamica.

Si noti che l’immagine del Leader Supremo dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, campeggia regolarmente sui media del gruppo, che si identifica apertamente con l’ideologia religiosa e militare iraniana. Con l’organizzazione libanese Hezbollah il sodalizio è altrettanto forte e suggellato da dichiarazioni di gemellaggio indissolubile. La stretta cooperazione tra la formazione Harakat al-Nujaba e le due colonne del potere sciita non dovrebbero sorprendere, dal momento che affonda le radici nella storia dei gruppi di cui Harakat al-Nujaba è in qualche modo emanazione. Come ha confermato il leader al-Kaabi in una intervista per Al Monitor, Harakat al-Nujaba è un movimento che ha operato sotto diversi nomi, contrastando fin dall’inizio l’invasione americana dell’Iraq.

Tornando al presente, alcuni constatano un jihad sciita a egemonia persiana. Sembra in effetti più verosimile quell’idea di Grande Medio Oriente sciita che è lo spauracchio di molti. Per le ambizioni politiche del mondo sciita è centrale il controllo della Siria. O perlomeno di parte di essa. Per la propria autoconservazione, prima ancora che per un tale disegno filo-sciita, Assad sembra impegnato in un piano di “ingegneria” demografica volto a controllare un’area ridotta della Siria.

Governare un territorio ridotto (rispetto ai confini attuali della Siria) ma con una popolazione più omogenea sul piano etnico-religioso sembra una soluzione auspicabile per Assad. Vale la pena ricordare che lui appartiene a una setta – quella degli Alawiti – che è teologicamente affiliata agli sciiti e che proprio questi ultimi rappresentano la quota più consistente dei suoi sostenitori nel Paese.

Circa il piano demografico, come spiega un articolo del think thank Atlantic Council, in alcune zone l’intento di assedi e massacri attuati dalle milizie governative non sarebbe solo quello di forzare l’abbandono dei residenti locali, ma anche di ripopolare le zone con dei lealisti che possano garantire legittimità al regime. L’articolo riporta di spostamenti di intere famiglie, talvolta sulla base di scambi e negoziati con ribelli. La denuncia di questa pratica riguarda specialmente Homs e Damasco, dove sembra che siano in corso anche investimenti immobiliari dell’Iran. La tecnica dell’assedio governativo per forzare la resa dei ribelli e l’evacuazione della popolazione, impiegata di recente a Daraya e Moadamiyeh (entrambi sobborghi di Damasco), avrebbe allarmato anche le Nazioni Unite, che temono il ripetersi dello schema su scala più ampia.

Infine, è di qualche settimana fa la notizia di circa trecento famiglie irachene trasferite in Siria per cambiare il profilo demografico di alcune zone, con complicità e vantaggio del regime. Secondo quanto riferito dalla fonte al quotidiano Asharq Al-Awsat, queste persone arriverebbero da zone sciite dell’Iraq e riceverebbero in Siria persino un salario di 2.000 dollari e una residenza. Il movimento alla guida di questa operazione sarebbe proprio la milizia Harakat al-Nujaba (sebbene supporti pubblicamente la cooperazione con i sunniti).

Se questo venisse confermato, sarebbe un’ulteriorie dimostrazione dell’ascesa di questa formazione in Siria. In patria Harakat al-Nujaba ha un ruolo altrettanto di rilievo, pertanto vanno tenute d’occhio anche le sue interazioni con il governo iracheno. Intanto si conferma uno scenario in cui gli attuali confini territoriali sono sempre più fluidi, mentre quelli settari si fanno più distinti.

* Agricultural Research Officer e ricercatrice UNIMED