L’esposizione alle terribili immagini provenienti dai teatri di guerra nel Mediterraneo rappresentano ormai una parte della nostra quotidianità, quasi una parentesi scontata, dove a ora di pranzo o cena ci vengono proposte scene di terribile sofferenza, violenza e disagio, di cui spesso sono vittime i più piccoli e gli indifesi oltre che le donne e gli anziani. Una violenza ormai abitudinaria, posta sul piatto solo come causa di un effetto lontano, difficile da indagare e priva di spiegazione. Come cittadina consapevole, invece, sento di dovermi porre delle domande, e di dare anche alcune risposte.

Dal 2011 abbiamo visto il Mediterraneo rivoltarsi. Abbiamo seguito l’onda d’urto delle primavere arabe, ce ne siamo interessati e l’occidente spesso non si è nemmeno limitato a un interesse lontano, ma ha incoraggiato un cambiamento promuovendo le personalità politiche più vicine ai suoi auspici, tralasciando numerose ombre che già si profilavano all’orizzonte.

Dopo quasi cinque anni, il bilancio non è certo dei più positivi. Moltissimi disperati si abbattono quotidianamente sulle nostre coste, l’estremismo islamico si è diffuso come un cancro in quasi tutti i paesi coinvolti, minacciando direttamente l’Europa. I problemi economici più semplici nella vita delle nazioni in preda a questa confusione non si contano, così come indecifrabili sono i termini dei rapporti in vigore con gli stati coinvolti, in primis per l’Italia, che da frontiera meridionale del continente vive più di altri i dubbi di questa situazione.

La verità è che l’afflato di libertà e democrazia che molti credevano di aver inspirato qualche anno fa è stato terribilmente frainteso, svelando problemi rispetto alla sostenibilità stessa e all’applicazione di un modello politico occidentale in paesi che all’occidente non appartengono, che non ne condividono la storia e le esperienze politiche passate.

In questo caos l’estremismo islamico è diventato una tragica certezza, coagulando moltissimi protagonisti dell’iniziale rivolta e diventando una delle principali eredità della stagione di tumulto non solo nell’esperienza siriana, ma pure in quella libica e irachena, con l’unica, parziale eccezione rappresentata dal caso tunisino, in un paese comunque esposto alla violenza terroristica e al radicalismo religioso.

L’occidente non ha saputo mantenere un comportamento scevro da interessi e condizionamenti, ricercando nelle frange dell’opposizione a governi scomodi i futuri interlocutori di un nuovo ordine mediterraneo ispirato ad un controllo più stringente degli asset commerciali e diplomatici dei paesi coinvolti. L’estremismo religioso ha ricevuto supporto e incoraggiamento proprio per colpa del comportamento poco corretto di molti soggetti politici anche europei, comportamento che sta contribuendo ad impedire una pacificazione chiara, immediata e rivolta alla creazione di un fronte comune contro l’Isis, il terrorismo e la violenza settaria.

Nella ricerca di un ordine ideale, spesso alieno rispetto alla realtà dei rapporti di forza in campo e delle prospettive praticamente applicabili a quel contesto, si è regrediti rispetto alla situazione di partenza, e anche la politica italiana ha peccato di una eccessiva ingenuità nel salutare senza dubbi o compromessi un cambio che poneva più interrogativi negativi che certezze positive.

Personalmente ho sempre serbato dei dubbi rispetto ai destini di queste esperienze di rivolta, e pure rispetto ai promotori delle stesse e alla loro iscrizione in un quadro di difficile interpretazione. Spero che in un clima di pacificazione e di ripresa dei negoziati, vi sia più attenzione in futuro rispetto a scenari simili, e che gli interessi diplomatici di poche nazioni non influiscano sul destino dei popoli, condannandoli all’instabilità e alla violenza.

Se le primavere arabe possono offrirci una lezione, questa non può che sostanziarsi in una maggior esperienza e a una minore ingenuità rispetto ai terribili specchietti per le allodole che possono nascondersi dietro una attraente maschera di rivolta democratica, evitandoci magari, tra qualche anno, di essere esposti ancora una volta alla crudezza della violenza bellica e della guerra civile.