Preso atto della malparata dei sondaggi che vedevano in vantaggio i contrari alla riforma costituzionale, il governo ha deciso di ricorrere all’arma più affilata: dare spazio a D’Alema. È la subdola tecnica dello spauracchio con cui Berlusconi si è assicurato il suo ventennale dominio, ad esempio con le ospitate di Bertinotti su Retequattro; ed è così, proprio contro l’apparato rappresentato dai vari vecchi dirigenti, che Renzi stesso ha potuto scalare la segreteria del Pd. Più efficace perfino di Grillo, al punto che tra i 5 Stelle si sconta l’imbarazzo di condividere con certa gente, oltre Brunetta, Salvini e Casa Pound, la campagna per il “no”.

L’elettore medio italiano è tendenzialmente conservatore, ma nondimeno sente talvolta il bisogno di un minimo di idea di cambiamento. A livello di immagine, non può esserci partita tra un Renzi quarantenne e chi da quarant’anni occupa a vario titolo i palazzi del potere. Non è questione anagrafica, sono le conseguenze del mancato ricambio della classe dirigente. È come se in America si riproponesse Bush padre, o addirittura il redivivo Reagan.

È facile cogliere contraddizioni in chi ha rivestito ruoli di potere e responsabilità. Tra le tante colpe che si possono addossare a D’Alema c’è quella di aver ideato e presieduto a suo tempo la Bicamerale per le riforme. È vero che, dal punto di vista del metodo, c’è differenza con il patto del Nazzareno, intesa extra-parlamentare di cui non sono mai stati rivelati i contenuti. Ma nella sostanza si è trattato di investire Berlusconi, in entrambi i casi riesumandolo da sconfitte elettorali, di un altissimo ruolo con cui si vanno a intaccare gli equilibri costituzionali.

C’era, esattamente come adesso, il conflitto d’interessi in tema di giustizia e tv, che poi sono i due soli motivi che hanno spinto Berlusconi ad entrare in politica. Solo per fare un esempio dei risultati di quell’esperienza, ricordo con orrore lo scempio che si propose in tema di giustizia con le “bozze Boato” (tipico verde di sistema), che meriterebbero la giusta collocazione in una teca del Museo centrale di criminologia, tra un cervello lombrosiano sotto spirito e i disegnini osé degli internati nei manicomi criminali.

Ora c’è l’esigenza di scongiurare la sventurata ipotesi che la riforma costituzionale passi, finendo di affossare quel poco che rimane della nostra vituperata italietta. Di fronte a ciò, sarebbe ingiusto, oltre che inopportuno, ridurre il tutto a una resa dei conti interna a uno schieramento o a un partito, il che ci vedrebbe soccombenti. La sovraesposizione di D’Alema, per tornare a bomba, è destinata a ritorcersi contro la sua stessa parte. Non me ne vogliano i “dalemani” (tolgo volutamente la i per accostarli ai talebani, per l’appiattimento cieco al carisma del capo corrente): si tratta di una specie di effetto Salvini, talmente improponibile da portare acqua al mulino del governo. Più prudente, al solito, il Prodi che rifiuta di esprimere la sua posizione, forse consapevole della propria impopolarità.

Bisogna abbandonare i vecchi schemi politici che vedevano contrapposte destra e sinistra. Non è una novità: il berlusconismo ha demolito definitivamente entrambi gli schieramenti. Ma già Craxi ammantato di centro-sinistra faceva politiche di destra. E lo stesso Mussolini, se vogliamo, veniva dall’azione socialista dell’Avanti.
Più che destra e sinistra, la realtà politica quotidiana vede, da una parte, un atteggiamento governativo, conservatore dello status quo, “moderato” (salvo poi giungere al paradosso di ascrivere tra i moderati, accanto ai berlusconiani, leghisti e neo-fascisti), dall’altra tutti coloro che in qualche modo si oppongono a tutto ciò, magari pro-tempore, con posizioni più o meno antisistema.

È per questo che la battaglia referendaria sarà estremamente dura: perché al di là delle prese di posizione ufficiale dei vari partiti, quasi tutti schierati per il no, ci sarà da confrontarsi con l’animo eternamente, profondamente democristiano che serpeggia tra le masse dei benpensanti, i disincantati, addomesticati dai media, inebetiti dalla crisi economica e valoriale, dal crollo di ogni dimensione culturale. Siamo tutti chiamati a un grande sforzo per tirar fuori dalle secche (e portare alle urne) l’Italia migliore, quella che non si arrende, che ha a cuore le sorti della res publica democratica e, soprattutto, non vuol perdere quel poco di dignità che gli/ci resta. “…L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura…L’Italia, l’Italia che non ha paura…” (De Gregori)