In tempi recenti sono morti Umberto Eco, Paolo Poli, Carlo Azeglio Ciampi e, ieri, Dario Fo. I quattro hanno in comune diversi aspetti, riassumibili nel fatto di aver dato lustro come nessun altro al nome dell’Italia nel mondo nei loro rispettivi campi. Non è un caso che la stampa di tutto il pianeta abbia riportato e commentato la loro scomparsa, dall’Europa alla Nuova Zelanda, con lunghi articoli anche molto toccanti, in certi casi.

Nella mia infinita ingenuità sono portato a pensare che quando scompaiono personalità così somme, per le quali il termine di “genio” non è usato, per una volta, a sproposito, l’umanità intera venga investita da un universale sentimento di sconforto per la perdita e di celebrazione del profilo di questi immensi Maestri.

Oggi però, rispetto al passato, esistono i social network. Sono uno strumento tecnologico che consente a tutti, ma proprio a tutti di rendere nota la mondo la loro opinione su qualunque cosa, magari infarcendola di pure sciocchezze, bugie, falsità create per diffamare. Strumenti che consentono a qualche milione di frustrati di vomitare tutta la loro fiele e invidia contro chiunque, nella vita, ha saputo mettere a frutto il proprio talento, magari non comune, e ha giustamente raggiunto il successo.

Così, ho dovuto scoprire quanto sia vasta e profonda la mia ingenuità. Per ciascuno di questi Maestri, diversi cittadini italiani hanno ritenuto di scrivere alcune miserabili bestialità. Per farvi capire il livello: quando morì Carlo Azeglio Ciampi, la famiglia non volle funerali di Stato e organizzò una funzione privata presso la locale parrocchia di S.Saturnino, a Roma. Quando andai a quel funerale trovai la piazza antistante ovviamente libera dalle auto normalmente parcheggiate: banale misura di sicurezza, in tempi di terrorismo internazionale, nei confronti di quelle personalità istituzionali che vennero al funerale. Ebbene, su un gruppo di Facebook di residenti del quartiere Trieste di Roma, che non è una banlieue sottoproletaria, comparvero subito dei minus habens che condannarono la cosa come ennesima dimostrazione degli abusi della “ca$ta dei politici”. Poi ingiurie nei confronti di un ex Presidente della Repubblica, ex Presidente del Consiglio, ex capo di Banca d’Italia, ex partigiano azionista. Nessuno di quei miserabili pensò che quelle misure di sicurezza non fossero in onore  del cadavere freddo di Ciampi dentro alla bara, ma per proteggere la sicurezza di Mattarella e degli altri rappresentanti istituzionali intervenuti. Inoltre, i detrattori attribuivano a Ciampi di NON aver partecipato alla Resistenza, e di avere rovinato l’Italia con il suo operato, quando è oggettivo semmai il contrario, e in tutti e due i campi.

La stessa dinamica si è verificata alla morte di Eco, Poli, Fo: anche fra contatti Facebook che normalmente stimo, ho letto celebrazioni che includevano sempre una parte finale avversativa, un “e però” al quale seguiva la condanna di qualche aspetto minore e irrilevante della grandezza del genio appena morto.

A me, francamente, che Dario Fo negli ultimi anni si sia schierato in favore del M5S non pare un fatto rilevante al punto da intaccare in nessun modo la sua immensità. Non solo perché, fino a prova contraria, aderire al M5S non è come aderire a un movimento neonazista, ma anche perché la partecipazione di Fo (e di chi per lui) a un qualunque partito politico è parte integrante della sua libertà e dimostrazione del suo profondo impegno civile e sociale. Anche quando è una scelta politica che non condivido, ci mancherebbe altro.

Lo stesso discorso, uguale e contrario, lo applico contro quei media che hanno deciso di sottolineare di Eco, Poli, Ciampi e Fo solo il più recente aspetto di partecipazione politica, strumentalizzando la vita di un genio senza confini per infilarla, a calci, nella lotta fra bande quotidiana, o peggio all’interno dell’attuale campagna referendaria. Reclutare i morti per invitare a votare Sì o No non avvicinerà elettori alla propria parte. Ma potrebbe senza dubbio allontanarne, per disgusto.