In Iran domani una giovane donna potrebbe essere giustiziata per aver ucciso suo marito quando aveva solo 17 anni. L’Iran non ci sorprende più, ormai lo conosciamo. Le aperture moderate del Presidente Hassan Rohani sono solo uno specchietto per le allodole. Tutto è come prima, i diritti negati sono sempre gli stessi. Le esecuzioni continuano e le condanne a morte vengono regolarmente eseguite.

Oggi si teme per la vita di Zeinab Sekaanvand Lokran, una ragazza curdo-iraniana di 22 anni, arrestata nel febbraio del 2012. Per sposare suo marito Hossein Sarmadi, la giovane Zeinab scappò di casa sperando in quel matrimonio come unica via di fuga da una famiglia ultraconservatrice e molto povera. Aveva sposato suo marito a soli 15 anni e lei stessa avrebbe confessato di averlo ucciso con una coltellata, dopo averne subito ripetute violenze fisiche e verbali alle quali era sottoposta quotidianamente. Un marito violento che non avrebbe accettato mai la richiesta di divorzio che la giovane donna le aveva avanzato. Zeinab aveva denunciato più volte le violenze del marito, denunce mai prese sul serio a cui quindi non seguì mai alcun provvedimento contro di lui.

Pensare che una giovane donna possa venire giustiziata per essersi difesa dal proprio marito è inaccettabile. Noi che in Italia siamo ormai assuefatti ai continui femminicidi, da parte di uomini che massacrano le proprie donne dicendo di amarle; noi, non possiamo rimanere indifferenti a una donna che difende se stessa davanti a un marito violento. Non possiamo tacere oggi, nemmeno se la difesa implica un omicidio.

Purtroppo le notizie che arrivano dall’Iran e quelle che ruotano attorno alle cause di questo genere non sono mai chiare e spesso anche le informazioni non sono mai trasparenti. Non abbiamo letto gli atti del processo ma qualcuno parla di processi iniqui, una consuetudine in Iran. L’unica cosa certa è che una ragazza di 22 anni potrebbe essere impiccata per aver commesso un omicidio. In Iran la pena di morte è contemplata in vari reati che vanno dall’uso allo spaccio di droga e per altri crimini quali omicidi violenze ecc.

In questo secondo caso non è lo stato a decidere, ma è la stessa famiglia della vittima che potrebbe impedire l’esecuzione della giovane ragazza, in questo caso salvandola dal patibolo e consegnandola a vita al carcere. Le autorità iraniane hanno sempre sostenuto infatti di “non poter rifiutare alla famiglia della persona uccisa il diritto legale di reclamare il qisas, il principio cioè dell’occhio per occhio”. Il qisas è probabilmente il solo diritto che il popolo iraniano può legittimamente rivendicare.

Questo caso in particolare vede la figura del fratello della vittima, come una delle figure chiave nella vicenda. Sembra infatti che la giovane Zeinab mentre si trovava in carcere abbia ritrattato la sua versione dicendo che ad uccidere suo marito fosse stato il fratello del marito stesso. Fratello che dai racconti l’avrebbe violentata più volte. La ragazza secondo un esame medico sembra sia affetta da disturbi comportamentali e disturbi depressivi. Non vi sono tracce però di cure durante la sua detenzione in carcere.

L’esecuzione di Zeinab sarebbe dovuta avvenire nel 2014, ma venne rinviata in quanto la ragazza, dopo essersi sposata in carcere con un prigioniero, rimase incinta. Il bambino però nacque morto e sembra che il decesso sia stato causato dal forte choc che la ragazza avrebbe subito dopo l’esecuzione della sua compagna di cella. Tutte le associazioni per i Diritti Umani si stanno attivando a difesa di Zainab.

Purtroppo l’Iran non cambia: è senza pietà. L’Iran non guarda l’età del detenuto, non fa differenza di genere, non considera le circostanze e in questo caso soprattutto non tiene conto delle attenuanti come i disturbi psichici. L’Iran ce lo ha spiegato molto bene, nel corso degli anni, non ascolta la comunità internazionale, non dà importanza a chi vorrebbe aiutare a cambiare leggi medievali all’interno del paese che non hanno più senso di esistere. Qualche anno fa l’Iran ci ha ricordato bene che le mobilitazioni internazionali a poco servono; quando nell’ottobre del 2014 venne impiccata Reyhaneh Jabbari, la giovane donna iraniana che per difendersi dal suo violentatore lo uccise, il mondo intero chiese pietà ma l’Iran non ascoltò.

Ora il caso di Zeinab ci riporta nell’incubo di una esecuzione ingiusta. L’Iran, in quanto firmatario della Convenzione sui diritti del fanciullo, è obbligato a vietare le condanne a morte per i minori ma continua ad seguire condanne anche di detenuti che erano minorenni nel momento del reato. Noi, non possiamo più stare a guardare e rimanere impotenti davanti a tanto orrore. Oggi più che mai dovremmo chiederci di quale civiltà ci siamo dotati se nemmeno riusciamo ad evitare che ancora avvengano episodi dolorosi, strazianti e inaccettabili come questo.