Parlamento virtuale, litigi concretissimi. A un anno e mezzo dal battesimo, in grande pompa, di quello che avrebbe dovuto diventare il meet-up del centrodestra,  il web-parlamento inventato da Gianfranco Rotondi è praticamente defunto: sito fermo, onorevoli dimissionari, nessuna proposta di legge messa ai voti, diffide al vetriolo. Tanto che uno dei vice-presidenti, Andrea D’ascanio, il 17 settembre ha avuto mandato dai parlamentari superstiti (e mugugnanti) di «verificare i motivi che hanno portato i responsabili della piattaforma Parlamento Virtuale alla sua sospensione e alla sua inattività, impedendo a tutti i Parlamentari Virtuali di espletare i compiti assunti il 6 febbraio 2014».

VUOTO A PERDERE Quali compiti, chiederete? Perbacco. « Il Parlamento Virtuale sarà frutto del lavoro di gruppi di cittadine e cittadini che non si rassegnano al “nullismo” della politica attuale. Un vuoto che è di persone ma soprattutto di idee; con il sostegno di quanti aderiranno, e grazie alle straordinarie potenzialità della Rete, tutti insieme possiamo farcela a cambiare, dal basso, il nostro paese», promette aulica la home page del suddetto Parlamento. A tirare le fila di tante potenzialità, due vecchie volpi già democristiane,  Gianfranco Rotondi, ex ministro di Berlusconi, e Giampiero Catone, editore della Discussione. Però “il format non prevede nostalgia ma nuovismo, non attinge ai superstiti della Democrazia cristiana (Dc) ma pesca direttamente nella rete di blogger  ansiosi di protagonismo, fan di papa Francesco, vogliosi di sporcarsi le mani. Insomma, una Dc terribilmente assomigliante al Movimento 5 stelle”, avevano spiegato i due  in conferenza stampa a Montecitorio, vantando 47 mila iscritti alla piattaforma web.

CAMERE VUOTE Tra quei 47 mila, non si capisce bene con quale criterio, sono stati poi selezionati  630 «onorevoli» telematici più naturalmente 315 colleghi senatori, ordinatamente organizzati per compiti e commissioni, gruppi e partiti. Un perfetto parlamento-ombra alla cui presidenza ecco insediarsi l’avvocato  Federico Tedeschini. All’esordio pubblico a Roma, al centro congressi Parco Tirreno, quel 6 febbraio va detto che non mancava nulla: non una lezione di Luciano Violante su “Parlamento e istituzioni”,  la presenza di Giorgia Meloni, l’ospitalità alberghiera ai deputati, perfino una simpatica telefonata di Silvio Berlusconi. “Una cosa serissima”, giura Massimo D’Andrea, geometra di Venafro (Isernia), onorevole membro della commissione Trasporti e Lavori pubblici, “che però non si è mai riunita. Lo stesso parlamento, di fatto, non ha mai funzionato”.

PESCE D’APRILE Possibile? Vediamo. Secondo incontro in aprile. Terzo appuntamento il 27 giugno 2015. “E lì c’è stata la sorpresa”,  spiega il vicepresidente D’ascanio. «Anziché a una seduta del nostro Parlamento, ci siamo ritrovati alla presentazione di un nuovo partito, Rivoluzione Cristiana. E abbiamo scoperto che tutti noi parlamentari virtuali eravamo stati cooptati nel partito, senza che nessuno ci avesse mai dato un colpo di telefono per sentire se eravamo d’accordo».

SOLITI NOTI Il partito era, ed  è, un partitino, visto che  alle ultime amministrative si è schierato con Alfio Marchini a Roma e con Gianni Lettieri a Napoli, ma ha ottenuto solo lo 0,26 per cento di media nazionale. Ha l’immancabile Rotondi come presidente (pochi giorni fa si è candidato a leader del centrodestra in alternativa a Parisi, minacciando la fuoriuscita in caso di vittoria del milanese) e nel gotha locale ecco pure Catone, come coordinatore nazionale, e Tedeschini, come vicepresidente. Il mondo è piccolo.

QUOTE VERTIGINOSE Ma anche i piccoli hanno fame di finanziamenti. E, infatti, agli stupefatti parlamentari virtuali è arrivato presto l’invito a “procedere celermente all’esecuzione del pagamento” della “quota di autofinanziamento”. Quel prezzario qualcuno lo ha messo anche su Facebook: “per i membri di direzione un totale annuo di euro 500”, che salgono a 1000 per i segretari provinciali e a 3 mila per i regionali. Stoccata notevole per i membri dell’ufficio di presidenza: 15 mila euro annui.

VIETATO L’ACCESSO Facciamola corta. Qualcuno ha pagato, qualcun altro no. Anzi, invece di pagare molti «onorevoli» si sono dimessi, diffidando più o meno formalmente Catone e Rotondi dall’utilizzare i loro dati per qualsiasi fine estraneo all’attività del parlamento virtuale.  Altri “deputati”, come D’ascanio o D’Andrea, sono invece rimasti attaccati al loro scranno virtuale: «Ma l’attività parlamentare è nulla e i parlamentari veri non ci considerano», ammettono. Non solo: «Le nostre credenziali personali di accesso al sito del Parlamento non funzionano più. Ci hanno tagliato fuori da tutta l’attività legislativa e politica. Catone e Rotondi non rispondono. Non riusciamo nemmeno a metterci in contatto con lo staff organizzativo».  La paralisi è totale. Meno male che nell’home page sono rimasti almeno gli slogan: “Immobilismo politico? Problematiche sociali dimenticate? Niente paura! Arriva il Parlamento virtuale, il parlamento dei cittadini che vogliono partecipare…”.