Alfred Nobel era un imprenditore e poi divenne un filantropo. Ideò – come tutti sanno – la dinamite e poi in un rimorso di coscienza volle farsi perdonare per le morti che indirettamente avevano foraggiato i suoi profitti, e per questo donò gran parte delle sue sostanze per aiutare gli scienziati più meritevoli.

Nell’euforia, pensò anche di premiare gli uomini le donne che lavorano per la pace, sicché gli svedesi – con nobeliano spirito di generosità – regalarono ai norvegesi, allora ancora per poco “popolo fratello”, il diritto di conferire questo certificato di bontà. Infine ci si mise anche la Banca di Svezia, che per completare la collezione dei premi, volle finanziare da par suo un’onorificenza anche per gli economisti, così dal 1969, in memoria del filantropo-imprenditore, fu istituito un ricco premio anche per gli i cultori della “scienza triste”.

Certamente dal 1901 a oggi qualche crepa ha incrinato il prestigio del Nobel – con segni evidenti nel caso di quello per la Pace e con cicliche crisi di identità per quello della Letteratura. Ma dove realmente un po’ di anni si è toccato il fondo del barile dell’alto significato cui Alfred Nobel aveva destinato il premio, è appunto nel caso del Nobel per l’Economia, ieri per la cronaca conferito a Oliver Hart e Bengt Holmström.

Per motivi anagrafici la scelta degli economisti da laureare, fino alla fine degli anni 90, grazie alla recente istituzione del premio, aveva potuto attingere all’ampio bacino di studiosi di più generazioni, e aveva potuto così premiare anche uomini che avevano dato il loro contributo maggiore decenni prima e non più in tenera età (Hayek 75 anni, Haavelmo 78, Coase 81). Tutto sommato peraltro in quegli anni – almeno uno ogni due – era possibile attingere a un livello di studiosi, oggettivamente influenti, originali e prestigiosi.

A partire dalla fine del secolo la musica cambiò, un po’ per l’oggettivo declino della scienza economica, sempre più incapace di proporre soluzioni concrete ai reali problemi della società, in alcuni casi complice nell’elaborazione di perversi e disastrosi meccanismi finanziari (1997: Merton e Scholes sui derivati); un po’ per una semplice questione intellettual-produttiva, che in condizioni normali rende difficile sfornare risultati scientifici altamente innovativi ogni anno che il buon Dio manda sulla terra.

Pochissimi dei laureati del nuovo secolo infatti possono vantarsi di aver veramente offerto importanti contributi alla scienza economica e il trend è quello che abbiamo visto per gli ultimi due, ottimi e riveriti studiosi, autori di contributi su questioni del tutto marginali (la teoria dei contratti) per il futuro dell’umanità di certo, ma probabilmente anche per la stessa scienza economica, almeno se ricordiamo quello che fecero altri laureati e non tra i grandi economisti del passato.

Così, come avviene per alcuni altri importanti premi – che so il premio Chopin per il pianoforte – in certe annate sfavorevoli si potrebbe decidere di non assegnare il premio, a fronte dell’incomparabile inferiorità dei candidati presenti, rispetto allo standard dei laureati più illustri. È spiacevole fare dei confronti, ma certo il pensiero che economisti di grandissima influenza per quasi un secolo, come ad esempio Friedrich von Hayek abbiano dovuto dividere il premio con altri, mentre seri quanto modesti studiosi come ad esempio il francese Jean Tirole (2014) possano vantarsi di aver ottenuto lo stesso riconoscimento, non giova certo al prestigio del Premio.

Ovviamente siamo consapevoli che il senso di tutti i premi Nobel non è quello di riconoscere il merito, ma probabilmente quello di incentivare gli affari nel settore. Non siamo così sciocchi da pensare che i veri, grandi studiosi, quelli che lavorano per il progresso dell’umanità, siano spinti alle proprie ricerche dal desiderio di un bell’assegno e di un vitalizio di conferenze con cachet da star televisiva. Il loro regno per fortuna è altrove, non certo a Stoccolma, nei palazzi della Banca Svedese.

Per questo continuiamo a essere fiduciosi nel progresso dell’umanità, perché non è il premio Nobel a muovere la ricerca. Ciononostante, i sacerdoti scandinavi che officiano questa cerimonia, potrebbero di tanto in tanto provare a scendere dalla pianta e anziché assegnare il premio a gente come Oliver Hart e Bengt Holmström, potrebbero chiedersi chi realmente, anche tra la gente comune, che lavora e fa impresa, fa qualcosa di serio e di importante per il progresso dell’umanità. E premiare questi piuttosto di un economista che dopo dieci minuti è destinato a finire nel più assoluto dimenticatoio, o forse, ancor meglio, dire qualche volta in tutta onestà: “Ragazzi, quest’anno niente pasti gratuiti“.