Le bandiere non esistono più nel calcio, figuriamoci in televisione. Eppure l’addio di Milena Gabanelli a Report suona come quello di un numero 10. Da sempre alfiere di un giornalismo da reporter d’assalto come dalle nostre parti si usa sempre meno, la Gabanelli deve molto a quella fucina di talenti giornalistici che per anni è stato Mixer di Giovanni Minoli. Nel 1989 arriva il primo reportage dalle zone economiche speciali cinesi, poi altri racconti di pregio da Vietnam e Cambogia. L’anno dopo, nel 1990, Milena Gabanelli firma un reportage a suo modo storico, che ancora oggi RaiStoria trasmette molto spesso: un mese sull’isola Pitcairn, l’isola dove vivono ancora oggi i discendenti degli ammutinati del Bounty.

È un giornalismo molto “minoliano”, quello della Gabanelli dell’epoca. Lo stile Mixer c’è e si vede e quell’esperienza così importante e formativa (non solo per lei ma per una generazione intera di giornalisti) lascerà il segno anche nel prosieguo della carriera e anche a Report, la creatura prediletta della giornalista.  In un paese in cui gli esteri sono sempre snobbati dal giornalismo mainstream, Milena Gabanelli realizza anche alcuni servizi da zone di guerra come l’ex Jugoslavia, il Sud Est asiatico, il Nagorno Karabakh, il Sudafrica di fine apartheid, il Mozambico, la Somalia e la Cecenia.

La svolta, che poi è il preludio all’avventura di Report, arriva nel 1994 con la gestione di Professione Reporter, un programma all’epoca sperimentale di Rai2, realizzato grazie ai servizi di videogiornalisti freelance. È un misto di risorse interne ed esterne che sarà una delle caratteristiche principali dello stesso Report, che fa il suo esordio su Rai3 nel 1997. Dal 1997 a oggi, il “brand” Report è diventato sinonimo di affidabilità, autorevolezza, indipendenza. Ha fatto arrabbiare tutti, nessuno escluso, e forse al mondo non c’è garanzia maggiore di aver fatto il proprio lavoro con un certo scrupolo.

I vent’anni della trasmissione sono pieni di inchieste che hanno lasciato il segno. Come “La divina provvidenza”, dedicata nel 2011 a don Verzè e ai tanti affari dell’Ospedale San Raffaele. O ancora quella del 2015 su Eni e le acquisizioni di licenze in Nigeria, con il colosso energetico che ha replicato in tempo reale, via social network, alle accuse del programma. E il reportage da Antigua sulla villa di Berlusconi, l’inchiesta shock sugli allevamenti intensivi di polli di alcuni tra i più grandi marchi italiani del settore, quella durissima su Antonio Di Pietro, sul Movimento 5 Stelle, sugli appalti dei bus nella Roma di Alemanno, sulle banche. E si potrebbe continuare davvero all’infinito, senza il rischio di trascurare questa o quella parte politica, questo o quel potentato economico.

Il giornalismo investigativo, soprattutto in tv, in Italia mancava da un bel po’ e forse niente e nessuno avevano mai raggiunto, neppure in passato, i livelli di uno dei fiori all’occhiello della terza rete. Eppure le 20 edizioni di Report non sono state tutte rose e fiori. Tante, troppe volte, Milena Gabanelli e la sua squadra di reporter hanno dovuto affrontare ostacoli e difficoltà spesso dettati da inchieste scomode che andavano a toccare interessi enormi e trasversalmente tutelati. Annunciando l’addio alla conduzione del programma (ma non alla Rai né al giornalismo), la Gabanelli ha voluto ribadire che non ha mai subito un atto di censura dai vertici di viale Mazzini. E c’è da crederle, perché nessuno, nemmeno il dirigente più spregiudicato, avrebbe mai potuto tentare una mossa suicida del genere. Ma nessuna censura non equivale a nessun bastone tra le ruote. Ce ne sono stati tanti nel corso degli anni, a cominciare dalle minacce di levare al programma la tutela legale della Rai. Che per un programma di inchieste scomode è come una condanna a morte, soprattutto se si considera che la Gabanelli e il suo team di giornalisti hanno dovuto affrontare querele e cause civili per oltre 300 milioni di euro.

Eppure Report è ancora vivo e continua a ottenere risultati importanti (ieri sera 2.639.000 spettatori e 10,1% di share, che di questi tempi è tanta roba) e il brand è così forte che sopravviverà all’abbandono della caporeporter. Chi comincia a suggerire che il passo indietro di Milena Gabanelli possa portare a un ingresso in politica, evidentemente non ha capito nulla del personaggio. Nel 2013, quando fu la più votata alle Quirinarie online del Movimento 5 Stelle, la giornalista piacentina aveva declinato l’offerta con una motivazione chiarissima: “Sono una giornalista e tento di cambiare le cose attraverso il mio lavoro”. C’è da scommettere che continuerà.