Non è come quando c’era Ayrton Senna che a ogni curva ti aggrappavi alla poltrona quasi fossi anche tu in controsterzo. Dai Ayrton, dai! Lui che inseguiva il tempo, che lo raggiungeva.

Avevi promesso che non avresti mai più guardato una gara, dopo quel primo maggio a Imola. Poi alla fine tuo figlio ti ha trascinato e hai ceduto.

Ora non ti scomponi più di tanto. In fondo il mondo va a fuoco e questi sono soltanto dei tizi che corrono come pazzi senza andare da nessuna parte. Però… però ogni volta ti ci vorrebbe una pinta di Maalox dal mal di stomaco che ti viene: non ne puoi più di vedere quelle macchine d’argento sempre in prima fila! Basta con i tedeschi che ci battono e non c’è più neanche Gianni Rivera che fa il gol del 4 a 3.

Però dopo la centomillesima vittoria di Hamilton e Rosberg, dopo che vedi come sempre Niki Lauda che sogghigna, ti viene un dubbio: forse non è soltanto un periodo nero. Forse non è soltanto che a Marchionne delle auto in fondo non gliene frega un fico secco e qui ci vuole cuore.

Il punto è che dietro quelle due Mercedes c’è un Paese che produce sei milioni di auto l’anno, che ha decine di migliaia di ingegneri che ogni giorno si fondono il cervello pensando a motori, freni e sospensioni. Mentre dietro le Ferrari c’è l’Italia che quindici anni fa produceva 1,7 milioni di auto e nel 2014 arrivava appena a 401mila. Meno della Polonia, della Repubblica Ceca, della Slovacchia. E perfino del Belgio che avresti detto facesse soltanto la birra.

Dov’è finita la Fabbrica Italia che ci hanno promesso tante volte? Dove sono finite le decine di modelli che ci hanno annunciato?

E Renzi ha pensato bene di invitare la Merkel a Maranello. Come Napoleone che porta il duca di Wellington a visitare Waterloo.

Mettiti il cuore in pace. La cassaforte di casa Agnelli è salva, ma l’industria automobilistica italiana un po’ meno. Del resto che te ne frega? Marchionne è svizzero, la Fiat-Fca è olandese e anche Maranello forse sarà vicina ad Amsterdam più che a Modena.

Ecco la Ferrari rosso Marchionne.