“Il nostro servizio nazionale sta precipitando, nel silenzio e nell’indifferenza, nel baratro dell’incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di spazi fisici, di risorse e di formazione. Il diritto ad essere curati in maniera appropriata e in condizioni dignitose è diventato quasi un privilegio”. Non è un articolo di un telegiornale di opposizione, o l’esito di un’inchiesta giornalistica, ma l’analisi di Costantino Troise, segretario dell’Associazione dei medici dirigenti italiani del servizio sanitario nazionale, a commento del caso del pensionato morto al Pronto soccorso dell’Ospedale San Camillo di Roma.

Troise parla del martirio dei pazienti, e della situazione al collasso dei Pronto soccorso, che si aggraverà con la probabile ipotesi della guardia medica. Nulla di nuovo per noi utenti e cittadini di città metropolitane, che ben conosciamo l’incubo che ci attende nel malaugurato caso ci tocchi andare al Pronto soccorso. E cerchiamo a tutti i costi di evitare, nonostante il malessere, andando dal medico di famiglia, dal pediatra, tutto pur di non recarsi in quei gironi infernali dove spesso mancano persino panche per sedersi e macchinette per acqua e caffè.

Nelle ultime settimane i giornali hanno dato spazio alle testimonianze della moglie di Amartya Sen e della scrittrice Elisabeth Strout, che hanno raccontato emozionate la loro felicissima esperienza presso i Pronto Soccorsi del Gemelli di Roma e del Cardarelli di Napoli. Un colpo di fortuna, forse, più probabilmente la fortuna di avere cognomi che di certo non sono sfuggiti ai medici che le hanno prese in carico. Non che non esistano casi di buona sanità, ma l’esperienza di tutti noi è nella maggior parte dei casi radicalmente diversa, e sono gli stessi medici, d’altronde, a denunciarla.

Ma quello dei Pronto soccorso è solo un aspetto della degenerazione della nostra sanità pubblica. Nessuno parla dei costi crescenti a carico dei cittadini. Essendo l’Italia ormai un paese ingiusto o giusto a macchie di leopardo, a causa di un federalismo folle per cui alcune regioni garantiscono prestazioni che altre rifiutano o mettono ticket più bassi che altrove, sta di fatto che ormai – parlo per il Lazio dove vivo – per accedere alla sanità pubblica bisogna essere mediamente benestanti.

Tanto sono aumentati i ticket per le analisi e le visite (nel Lazio da qualche anno vige un super ticket di 14 euro a ricetta) tanto che spesso – ormai lo sanno tutti, tranne Zingaretti evidentemente –  conviene recarsi al privato. E non è raro vedere cittadini che fanno la spola tra una Asl e un centro privato per capire dove spendono meno. Una visita di pochi minuti costa 33 euro circa, un costo non elevatissimo ma comunque – immaginiamo una famiglia con più figli che debba fare un controllo dermatologico per due bambini – consistente. Così come si pagano ormai gli esami come risonanza e tac. Magari poco, ad esempio 40 o 50 euro – ma comunque non certo zero. Ci sono poi prestazioni importanti, come alcuni vaccini, interamente a carico del paziente, e che sfiorano centinaia di euro (è il caso del meningoocco B, 180 euro).

Tutto ciò accade nel migliore dei casi, quando cioè si riesca ad accedere alla sanità pubblica. Infatti nella maggior parte dei casi (altro che addio alle liste di attesa), per una prestazione occorre aspettare mesi, ed è normale che un cittadino che magari è stato sollecitato per un controllo non aspetti un anno per verificare se è sano oppure bisognoso di cure. Ma per far questo deve avere i soldi e accedere all’intramoenia, mondo magico dove basta avere una carta di credito per avere la stessa prestazione – e magari lo stesso macchinario – usato per i pazienti in lista d’attesa.

Tanto assurda è questa situazione che molti ospedali hanno organizzato una sorta di terza via, la medicina “sociale”: si può cioè accedere senza ricetta rossa e direttamente negli ospedali in certi orari e pagare una cifra che sta a metà tra il ticket e l’intramoenia. Quindi comunque consistente, sempre pensando a una famiglia con figli e un reddito medio. Assurdo, a pensarci bene. Non doveva essere la sanità gratuita e accessibile? Ma un altro esempio fulgido sono le operazioni: certo, queste sono gratis, e anche la degenza ospedaliera, e non è poco. Peccato che esista un post operatorio di cui non si parla dove tantissime prestazioni – ad esempio la fisioterapia – sono accessibili solo pagando, e pagando parecchio. Averla gratis è quasi impossibile.Per non parlare dei tutori o di altri dispositivi medici, che raggiungono costo folli.

Un capitolo ulteriore meriterebbe il costo delle medicine abbondantemente prescritte da medici ospedalieri e privati. Oggi se vai in farmacia a comprare un paio di prodotti non spendi meno di venti, trenta euro. Di recente, mi è capitato di comprare tre farmaci per bambini e aver pagato la cifra folle di sessanta euro. Anche per i bambini i costi infatti sono assurdi – 12-15 euro per dei fermenti lattici, lo stesso per uno sciroppo per la tosse – tanto da mettere spesso in seria difficoltà le famiglie.

Eppure di questo nessuno parla, perché anche grazie alla resistenza di Federfarma non c’è stata alcuna liberalizzazione che consentisse almeno di introdurre un po’ di concorrenza nei farmaci di fascia C. Nei Paesi più civilizzati del nostro le farmacie non sono inutili tempi del benessere, piene di prodotti superflui e forti del monopolio di tutte le fasce di farmaci, ma luoghi dove si vendono solo le pillole necessarie alla cura prescritta. Invece le nostre case si riempiono di prodotti che dopo il primo uso non ci servono più e che si accumulano fino a scadere. Questa sarebbe una vera riforma, ma Lorenzin – e tutti coloro che l’hanno preceduta – non vi hanno mai accennato.

Tra Pronto Soccorso affollati, costose analisi grazie ai super ticket regionali  e spesa per medicine sono sempre di più quelli che si affidano alle assicurazioni private. Che però non sono enti di beneficenza e hanno criteri molto stretti, sia per l’accesso – se sei anziano paghi tantissimo o non entri proprio – e per i rimborsi. Molte ormai poi adottano questa politica: per molte prestazioni rimborsano il prezzo dei ticket del Ssn e basta. Così si si chiude il cerchio, e il paziente è costretto di nuovo a ricorrere al pubblico, pagando però un’assicurazione privata. E questa sarebbe una sanità gratuita?

PS: Non ho accennato al doloroso capitolo dell’assistenza domiciliare e della questione dell’assegno di accompagnamento per anziani, un altro ambito dove l’assistenza dipende dalla Regione in cui vivi ma dove, in linea di massima, se non hai soldi o figli che paghino per te badanti o costosissime rette per anziani finisci in ghetti di povertà e abbandono. Bastano comunque due numeri a raccontare quanto sia finta la frase del “servizio sanitario migliore del mondo”. Qual è la cifra che lo Stato dà come accompagno nel caso di una persona non autosufficiente al cento per cento (e dunque bisogna di badante)? Circa 400 euro. Cosa stabilisce il contratto nazionale della badanti, così come indicato dai sindacati? Da novecento a mille e cento euro, a seconda delle capacità, più contributi e vitto e alloggio. C’è da aggiungere qualcosa?