Esistono riflessioni  banali a cui offriamo in risposta un sorriso, un boh, un vattelappesca. Per esempio: se le autostrade grazie ai pedaggi producono molti quattrini, perché lo Stato le ha cedute (tranne piccole quote) ai privati? E ancora: se il vento e il sole sono la fonte delle energie rinnovabili perché le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici sono sostanzialmente tutti privatizzati? La terza e campale domanda riguarda la monnezza: se il riciclo dei rifiuti fa risparmiare e non avvelena perché continuiamo a usare discariche e inceneritori? Sull’immondizia, che ci sta davanti e di fianco, di sopra e di sotto, Ulderico Pesce sviluppa il suo triste ma spietato monologo (al teatro Lo Spazio di Roma fino al 9 ottobre). Asso di monnezza è il resoconto drammatico di una corsa all’ingiù, contro la logica e la ragione, contro i nostri interessi, contro l’ambiente, la salute, la civiltà.

Pesce è antesignano di un teatro civile o d’inchiesta che illustra i fatti, non le opinioni. Conta i crimini commessi, elenca i furfanti, gli industriali che si sono arricchiti, i chilometri che i tir compiono – ben remunerati – per trasferire veleni da nord a sud dell’Italia. E le cave, i buchi in terra che ospitano questi regali, e il profumo di euro che spinge la politica a restare inerme di fronte a uno scandalo quotidiano. Asso di monnezza va in scena a Roma, proprio nella città ferita dall’immondizia, dove gli affari sviluppano catene di clientele che stremano sul nascere ogni ribellione, ogni forma di cambiamento. La terra dei fuochi, la piana di Foggia, Malagrotta, il business tossico e quello alimentare. Monnezza e veleni sotto terra e sopra. In strada e in tavola. Veleni ovunque e noi a guardare.