“C’è ancora vessazione e non accettazione, ma qualcosa sta cambiando”. Simonetta Moro è la presidente della associazione Polis aperta, che da anni rappresenta i tanti poliziotti e militari (si parla di 19mila) che, apertamente o meno, vivono la loro omosessualità in divisa. È proprio all’associazione che nelle ultime ore la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha inviato una lettera che ha fatto scalpore: “Tengo a rendervi partecipi – ha scritto l’esponente del governo nella lettera – che il prossimo 8 ottobre celebrerò, a Genova, un matrimonio  tra due persone dello stesso sesso”. Il ministro era infatti stato invitato alla conferenza nazionale che lunedì 10 ottobre si terrà a Milano, organizzata proprio da Polis Aperta e a cui la ministra ha detto di non poter partecipare per altri impegni “pur condividendo lo spirito del significativo evento”. Non potendo partecipare al convegno, ha annunciato tuttavia  la notizia dell’unione civile che celebrerà personalmente. Le due donne non sono militari, ma sono comunque genovesi come il ministro e hanno chiesto loro di essere sposate proprio da lei. “Abbiamo avuto a che fare con Pinotti quando ancora era presidente della Commissione parlamentare Difesa”, racconta a ilfattoquotidiano.it Moro, vigilessa in servizio a Bologna. “Le avevamo chiesto di togliere tra le cause di esclusione dal servizio militare, l’omosessualità. E fu effettivamente tolta”.

La strada dei diritti però sembra essere ancora molto lunga. La cultura machista è ancora imperante sia tra le forze armate, sia tra gli agenti di polizia. “In Italia non esiste per fortuna il don’t ask don’t tell, la regola dell’esercito americano, oggi eliminata da Obama, per cui ai gay era consentito di arruolarsi a patto di non rivelare il loro orientamento. Tuttavia – spiega la presidente di Polis Aperta – abbiamo ricevuto diverse segnalazioni e racconti di militari che avevano visto bloccarsi la carriera con altre scuse perché erano usciti allo scoperto”.

Sebbene si siano fatti dei passi avanti, ancora per esempio ci sono delle norme che rendono difficile l’ingresso nelle Forze armate da parte delle persone transessuali: “Il regolamento anche qui è stato leggermente modificato, ma il periodo della transizione è considerato ancora come una patologia. È una norma molto interpretabile che ancora può portare ad escludere i transessuali dall’arruolamento”. In particolare, spiega la presidente Moro, ci vorrebbero delle campagne esplicite: “È necessario fare delle campagne positive come si fa negli Stati Uniti. Bisogna spiegare che anche le persone trans possono entrare nell’esercito e non hanno nulla di diverso”. Segnali forti insomma come quello dato nelle scorse settimane dal generale dell’Aeronautica Claudio Gabellini che in una circolare interna ammoniva i militari affinché non ci fossero discriminazioni: “Ricordo a tutti – si legge in una circolare interna scritta da Gabellini e riportata dal quotidiano la Repubblica – che il militare che dovesse fare ‘outing’ o intendesse unirsi civilmente con altra persona dello stesso sesso, ovvero conviverci, non può e non deve avere valutazioni e trattamenti diversi dall’ordinario. Sarà considerato illegittimo ogni commento o comportamento teso a denigrare e offendere la reputazione di detto personale”.

Per quanto riguarda la Polizia di Stato c’è stato un passo in avanti con l’istituzione dell’Oscad, l’Osservatorio contro la discriminazione istituito da Antonio Manganelli: “Purtroppo è un osservatorio ancora non molto conosciuto e non è ancora riuscito a raggiungere tutti. Un cambiamento tuttavia si è innescato”, spiega Moro. Infine ci sono le polizie municipali. Moro, lesbica dichiarata, racconta la sua esperienza a Bologna, una città all’avanguardia in Italia sui temi dei diritti lgbt. “La mia esperienza è stata molto positiva e da parte dei colleghi e del mio comandante non ho mai avuto problemi e anzi sono sempre stata incoraggiata”. Ma in altre città la situazione sembra essere diversa: “Quando si è sparsa la notizia che a Bologna avevamo avviato dei corsi specifici per trattare della violenza sugli omosessuali o i trans, sui social network sono arrivati commenti negativi dei colleghi di altre città: sostenevano che la violenza subita dai gay non era diversa da quella subita dagli etero e ironizzavano sul fatto che allora avremmo dovuto fare i corsi anche per la violenza sui marziani”.