Buttarla sul confronto generazionale è un esercizio sterile. Ci si mette lì, il righello in mano, e si finisce che ognuno rimane nelle proprie posizioni, incapaci di guardare la realtà con obiettività. I più giovani accuseranno i più vecchi di essere malati di nostalgia e di essere incapaci di leggere il presente e per contro i più vecchi imputeranno ai più giovani una totale assenza di cultura e di aver sostituito l’approfondimento con la velocità. Niente, non porta a niente. Ma ci sono delle evidenze che non si possono che dare per assodate. Come il fatto che il Desert Trip che si terrà dal 7 al 16 ottobre all’Empire Polo Club di Indio, California, località a circa due ore di auto da Los Angeles già molto apprezzata dai cultori della musica per essere location del Coachella Festival, rischia di essere davvero l’evento rock più importante di sempre, quello definitivo.

Fermi tutti. Evitiamo, appunto, polemiche e gare stupide. Analizziamo i fatti, senza esprimere giudizi. Il cast, quindi. A salire sul palco, per un budget che è stato stimato all’incirca in cento milioni di dollari, saranno questi nomi, divisi i diverse tranche: Rolling Stones, chiamati a aprire questa clamorosa kermesse (lo so, niente giudizi, si era detto, ma come si fa?), e Bob Dylan. Poi sarà la volta di Paul McCartney e Neil Young. Quindi di Roger Waters e The Who. Le tre accoppiate si esibiranno rispettivamente il 7 e il 14, l’8 e il 15 e infine il 9 e il 16. Nomi giganteschi, praticamente salvo rare eccezioni assenti, come i Robert Plant e Jimmy Page dei Led Zeppelin e Brian Wilson, la storia del rock anni sessanta e settanta.

Tutti riuniti in un unico evento di quelli che fanno tremare i polsi agli appassionati del genere, che ti fanno tirare fuori t-shirt stinte, vecchi bracciali in cuoio con le borchie e ripensare a un passato che sembra non poter tornare più. Perché, questa è l’evidenza di cui si parlava sopra, questi sono nomi oggettivamente incredibili e pensarlo tutti su uno stesso cartellone mette i brividi. Pensate solo la fatica fisica che avrà fatto Paul Tollett, Ad della Goldenvoice, società di live promoting controllata dal colosso AEG Live, per incastrare gli impegni di tutti questi colossi ma soprattutto per convincerli, almeno per due settimane, a mettere da parte vecchie rivalità e accettare di comparire, magari, non come headliner in un festival che, per statuto, headliner non potrebbe averne anche volendo.

Qui c’è davvero quel che rimane della generazione che ha fatto la storia del rock. Nomi definitivi, ancora attivi, certo, si veda i Rolling Stones che proprio oggi tirano fuori il nuovo singolo anticipatore dell’imminente album di cover blues prodotte da Don Was, primo lavoro di studio da A Bigger Bang del 2005, ma sicuramente già saliti nell’empireo della musica rock. Desert Trip, con questi nomi, tutti altissimi, rischia di oscurare eventi, quelli sì, generazionali, da Woodstock a Live Aid. Di questo non si potrà che parlare per giorni, mesi anni. Poi, è chiero, oggi la musica è altra cosa, e ci sono altri protagonisti. Auguriamo loro lunga vita e, magari, la chance un giorno, tra cinquant’anni, di esibirsi insieme in un Festival definitivo come questo.