Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. All’insolito duo di registi Arnaud Louvet (solitamente produttore e sceneggiatore) e Reanud Fely (al secondo lungometraggio) nessuno deve aver suggerito il vecchio adagio italiano. Il sogno di Francesco, dal 6 ottobre nei cinema italiani, infatti ha quell’andamento lento e contemplativo di un’agiografia volontaria e ragionata del santo più amato dal belpaese e non solo. Il San Francesco d’Assisi di Louvet/Fely va preso così com’è, in un delirante misticismo a fin di bene per i poveri e i derelitti, tutto inclinato sulla sincopata visionarietà dovuta all’interpretazione agitata e sovraccarica di Elio Germano, silenzioso e fedele sigillo all’illuminazione avuta dal santo in vita. Il principio ideale di questo film è tutto qui.

Ciò che concettualmente e spiritualmente non segue la purezza di Francesco è pregiudizialmente robetta, compromissione, sofferto tradimento. Aiutato dal coro di frati, ancor prima apostoli del francescanesimo in nuce, il protagonista del film, ancor più che nel delirio camp di Franco Zeffirelli (Fratello sole, sorella Luna), o nell’inguardabile versione fango-sudore-lacrime della Cavani 1989, è venerato a priori per lo spettatore ignaro come nemmeno in una cappella votiva. Difficile scansare questo macigno “politico” che adombra l’intero percorso narrativo del film. Che poi non è tanto il biopic sul santo umbro, ma il racconto dell’incrinarsi di un’amicizia, del consumarsi di un tradimento, quello tra Francesco l’utopista ed Elia da Cortona il pragmatico. Quest’ultimo (interpretato da Jeremy Renier) si affannerà per l’intera esistenza, buona parte passata dietro la tonaca di Francesco, a fargli modificare “Regola” per essere accettati più facilmente da papa Innocenzo III. Per questo obiettivo palese dello snaturato valore compromissorio, l’utopia svenduta per una calma apparente e futura, massimalismo contro riformismo di ogni latitudine ideologica e politica del pianeta terra, Elia per il rimorso tenterà perfino un incredibile suicidio (fonte storica da cui è tratto l’episodio non pervenuta) e soffrirà come una bestia per l’eternità.

Nonostante l’ipocrita deviazione su un supposto protagonista parigrado del racconto, Il sogno di Francesco è invece sentenza imperitura su cosa sono bontà, fratellanza e pace con lo spessore intellettuale del catechismo della domenica mattina; un salmodiare di tesi, per carità condivisibili, ma che nella loro continua reiterazione diventano drammaturgia spicciola e ridondante, frasario semplificato di un’esaltazione. C’è poi questa straordinaria atmosfera da cinema art house un po’ posticcio, inquadrature qua e là vagamente antinarrative, una conclamata estetica “vorrei ma non posso”, particolari che rendono la ricostruzione storica e i dettagli consunti degli abiti in scena qualcosa di parecchio svuotato e distante, perlopiù sistemati in sequenze in cui l’unica attesa in religioso silenzio è per la lapidaria massima francescana del momento. “Il sogno di Francesco è un’avventura sentimentale e politica e queste due cose ne fanno una sola”, hanno spiegato i registi. “All’opposto del potere dominante, Francesco reinventa una vita libera, spogliata da ogni attaccamento materiale, che rimette il bisogno dell’altro al centro di tutto, cosa che per l’epoca costituiva una vera e propria rivoluzione. Il suo carisma, il suo talento oratorio e la sua autenticità ne attirarono al seguito personaggi di tutti i tipi: letterati, eruditi, crociati pentiti, clerici e laici e persino contadini e miserabili. Tutti questi uomini vivevano insieme. Il movimento si estese, cominciando a creare dei problemi al potere costituito. Questo insieme di rivolta mite, di profondo umanesimo e di utopia collettiva ci sembrava magnifico da raccontare”.