Era il 17 marzo 2010, quando il corpo di Elisa Claps fu ritrovato sotto la polvere, nel sottotetto della chiesa della Trinità, a Potenza. Quella che per diciassette anni è stata la tomba della ragazza scomparsa a 16 anni, il 12 settembre 1993. Per l’omicidio è stato condannato a trent’anni di carcere Danilo Restivo. Dal giorno in cui fu trovato il cadavere la chiesa è rimasta chiusa, anche dopo il dissequestro disposto nel 2014 dalla Procura di Salerno. Il vescovo di Potenza, monsignor Salvatore Ligorio, vuole riaprirla al culto. Un’intenzione già manifestata nel 2012, ma che ora si concretizza. E la decisione ha spaccato l’opinione pubblica di Potenza. Da un lato c’è chi non trova alcun senso nella chiusura sine die della chiesa, dall’altro c’è chi, già contrario al dissequestro, si schiera contro questa scelta. In prima fila l’associazione Borgo Antico, che ha già raccolto sul web duemila firme, ma anche i familiari di Elisa, per i quali la priorità resta che si arrivi alla verità su chi ha nascosto il cadavere. Nella diatriba il sindaco Dario De Luca si schiera accanto al vescovo. “Credo che la riapertura possa rappresentare un momento di conciliazione per tutta la comunità” ha detto a ilfattoquotidiano.it il primo cittadino.

IL VALORE SIMBOLICO DELLA CHIESA – La chiesa della Trinità è una delle più antiche di Potenza, ma oggi è ricordata anche (e per molti soprattutto) per essere stata per tanti anni la tomba di Elisa Claps. Diversi elementi utili all’inchiesta sono dovuti a una svolta nelle indagini su un altro omicidio, avvenuto in una cittadina del sud dell’Inghilterra, Bournemouth, dove Restivo si era trasferito. E dove il 12 novembre 2002 ha ucciso una sua vicina di casa, la sarta inglese Heather Barnett, mamma di due bambini. È stata proprio quell’indagine a contribuire alla ricostruzione di parte della verità su quanto accaduto alla ragazzina italiana scomparsa a 16 anni. Lasciata in quella chiesa che ora il vescovo vuole riaprire, fino ad oggi abbandonata eppure meta dei turisti dell’orrore. In questi giorni monsignor Ligorio ha affidato una nota all’ufficio comunicazioni sociali della Diocesi, per precisare che sono in corso verifiche strutturali “per stabilire con esattezza gli interventi da adottare per rendere nuovamente fruibile lo storico edificio”. Sulla base della relazione tecnica che dovrebbe essere pronta a breve “sarà decisa anche la calendarizzazione dei lavori”. I lavori saranno finanziati in parte con dei fondi provenienti dalla Conferenza episcopale italiana. Ma in realtà alcune opere sono già state realizzate.

È BATTAGLIA CONTRO LA RIAPERTURA – Nel frattempo, l’opinione pubblica di Potenza si divide e l’associazione Borgo Antico ha già raccolto oltre duemila firme per dire ‘no’ alla riapertura del luogo di culto. Anche la famiglia Claps, come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, ha commentato l’annuncio del vescovo. “La chiesa – ha dichiarato Gildo, fratello di Elisa – ha seppellito mia sorella sotto un castello di menzogne. Chiedevamo da 20 anni di andare in quel sottotetto, fin dal giorno della scomparsa di Elisa, quando entrai nella chiesa della Trinità e, per intuito o istinto, pensai di salire ai piani superiori dell’edificio, ma mi dissero che le porte erano chiuse e che non avevano le chiavi”.

IL SINDACO – Il primo cittadino di Potenza, Dario De Luca, a ilfattoquotidiano.it ha dichiarato di essere favorevole alla riapertura. “La chiesa è stata teatro di una vicenda orribile – ha detto – ma oggi è sottratta ai cittadini del centro storico che, durante la passeggiata, per consuetudine entravano a dire una preghiera. Si discute tanto dell’abbandono del centro di Potenza, ebbene questo è uno dei motivi, anche se non l’unico certamente”. Eppure per molti la chiusura dell’edificio ha un significato simbolico. Non è un caso se dopo il ritrovamento, sui social network, la petizione per sconsacrare la chiesa in memoria di Elisa Claps raccolse migliaia di adesioni. Forse quella chiusura poteva essere anche un segnale da parte della chiesa nell’ammettere le proprie mancanze in questa vicenda? “Non sono d’accordo con questa interpretazione – ha detto il sindaco – perché altrimenti bisognerebbe chiudere tutti gli edifici dove sono stati commessi delitti. Non ha senso che questa chiesa resti chiusa, spero che venga restituita al più presto ai fedeli, anche perché la comunità arrivi a un momento di conciliazione”.

PER IL GIUDICE “VICENDA TRAVAGLIATA E CONTRADDITORIA” – Che restino ancora molti aspetti da chiarire lo si evince anche dalle motivazioni della sentenza emessa il 14 settembre 2015 con cui le due donne che si occupavano delle pulizie nella chiesa, Margherita Santarsiero e la figlia Annalisa Lovito, sono state condannate a otto mesi di reclusione (pena sospesa) per false dichiarazioni al pm. Entrambe hanno dichiarato di non essere mai salite prima del ritrovamento del corpo in quel sottotetto ma, secondo il giudice, almeno una delle due ha mentito. E quando il 17 marzo 2010 i resti furono trovati da alcuni operai impegnati in lavori di ristrutturazione che comunicarono la scoperta a don Wagno Oliveria, il viceparroco di origine brasiliana ebbe “un comportamento a dir poco anomalo” scrive il giudice, apprendendo “una notizia così raggelante con apparente indifferenza”. Secondo il giudice, una reazione che si spiega solo “nella precedente conoscenza da parte di don Wagno dei resti di Elisa nel sottotetto”. Durante il processo, il viceparroco aveva in effetti spiegato che, tra gennaio e febbraio del 2010, una delle due donne gli aveva comunicato il ritrovamento dei resti e, in particolare, di un cranio e che aveva chiesto loro di avvertire don Ambroise, parroco della Trinità. Il viceparroco parlò successivamente con l’allora vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, che in un primo momento capì che si trattava di un ‘ucraino’ e non di un ‘cranio’, non comprendendo in pieno le parole del sacerdote: intuita poi la gravità della vicenda, lo invitò ad andare dalla polizia. Per i giudici, quanto riferito dal vescovo “all’apparenza equivoco e inverosimile” è “apparso plausibile”. Eppure nelle motivazione è stato sottolineato come ci siano voluti “17 anni per ritrovare i resti del giovane corpo” proprio lì dove Elisa Claps “era stata vista l’ultima volta prima della sua scomparsa”.