Sciarpa e cappello rosso. Così si presentava Salah Mansur, “l’ultimo comunista” in Arabia Saudita, morto lunedì 3 ottobre a seguito delle ferite riportate dopo un incidente d’auto. “Quarantanni fa – dichiarava Mansur in un’intervista del 2013 al canale saudita al Arabiya – la società saudita si stava aprendo ed era ricettiva al cambiamento. Mentre oggi viviamo in una civiltà individualista, dove nessuno conosce il suo vicino di casa”.

Lo scrittore saudita Ibrahim Al Wafi gli aveva dedicato un romanzo dal titolo L’ultimo comunista, appellativo con cui, nei circoli culturali, si era cominciato a indicare Mansur. Nel libro il protagonista ricalcava la biografia del comunista saudita che era nato nel 1955 a Al Ghat, vicino a Ryad, in un periodo in cui “la società si stava aprendo e c’era ancora una vita popolare, ora tramontata a causa dell’avvento delle telecomunicazioni”, sottolineava sempre Mansur che aveva fatto parte del Partito Comunista saudita, fondato nel 1975 e sciolto, a causa della repressione, nel 1990.

A Mansur apparteneva anche un primato: negli anni Ottanta era stato il primo saudita a ottenere il permesso per recarsi in viaggio in Unione Sovietica e nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Tornato dal suo “pellegrinaggio” in Urss cominciò a vestirsi sempre con una camicia bianca e una cravatta, una sciarpa o un cappello rosso a simboleggiare la sua fede incrollabile verso l’ideale comunista e socialista. Ma questo vestiario era anche la sua risposta di rifiuto a quello tipico saudita. Più volte gli fu chiesto come mai continuasse a indossare la stessa “divisa comunista”, anche a distanza di decenni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. “Almeno risparmio acqua e elettricità”, la sua risposta ironica.

Ma “l’ultimo comunista” non era scollegato dal presente e auspicava che la società saudita facesse i conti con alcuni dei problemi che ne ostacolano lo sviluppo e il progresso, riferendosi in particolare all’interpretazione sbagliata di alcuni testi religiosi e al capitalismo sfrenato.