Ai primi di marzo, alla vigilia dell’esame parlamentare delle Pdl sulle scelte di fine vita, inviai, assieme ai congiunti di Mario Monicelli, Lucio Magri e Carlo Lizzani, una lettera aperta al Presidente dell’Istat Alleva per chiedere per quali motivi l’Istituto, a partire dal 2012, ha eliminato, dalle tabelle annuali sui suicidi in Italia, la voce relativa al “movente”.

Dato che su 3.000 suicidi, 1.000 (1) avevano come movente la malattia, questi dati – provenendo dalla più autorevole fonte statistica nazionale – consentivano a me e a tutti i sostenitori della eutanasia di affermare che la impossibilità di ricorrere alla “dolce morte” è una delle cause principali di questa tragica realtà (sono meno di 1.000 l’anno le “morti bianche” per le quali giustamente ci addoloriamo e ci indigniamo). Da notare che un rapporto quantitativo molto simile si registra per i tentativi di suicidio (più di 3.000), dovuti anch’essi, in oltre 1.000 casi, al movente “malattie”.

Pur considerando l’Istat una istituzione di alto livello scientifico, capace di difendersi dalle pressioni politiche, non nascondo di essermi chiesto se dietro la decisione di far sparire “il movente” dei suicidi non vi fosse anche “la manina” del potente schieramento politico contrario alla legalizzazione della eutanasia. Sospetto accresciuto dal fatto che anche su un altro “cavallo di battaglia” di noi sostenitori della eutanasia – i 20mila casi di eutanasia clandestina che ogni anno, secondo uno studio del 2007 dell’Istituto Mario Negri, si verificano nei reparti per malati terminali – erano improvvisamente e totalmente cessate le indagini su “come si muore in Italia”, fino a quel momento frequenti ed autorevoli.

Il presidente dell’Istat ci ha però risposto a stretto giro di posta, pubblicamente e con grande cortesia, spiegando che la decisione era stata presa “con l’obiettivo di fornire esclusivamente un’informazione statistica di qualità, rinunciando a quella in cui il grado di incertezza è elevato e non controllabile”.

Nei giorni successivi ho appreso dal suo staff che il presidente aveva incaricato un gruppo di ricercatori di verificare con quali metodologie si potrebbe tornare a fornire i dati sui “moventi”, senza ovviamente rinunciare alla loro piena attendibilità. I risultati di questo lavoro, sempre a detta dei collaboratori del prof. Alleva, dovrebbero essere resi noti in tempi ragionevolmente brevi.

In realtà, il problema è assai complesso. Ne ricordo alcuni aspetti.

Nel 2012 (dunque prima della scomparsa della voce “moventi”) una nota ufficiale dell’Istituto spiegava che è necessario, seguendo le raccomandazioni dell’OMS, usare grande prudenza nel fornire i dati sui suicidi per evitare “il fattore emulativo”. In realtà, come ho potuto verificare andandomi a cercare e leggendo il documento OMS, esso raccomanda di essere cauti soprattutto sui “mezzi di esecuzione” (“methods”) e non sul movente, il che appare del tutto logico se pensiamo ai possibili effetti emulativi delle notizie sui suicidi.

Diversa – o aggiuntiva – la spiegazione datami nei giorni scorsi da un’alta dirigente dell’ Istituto, dopo che avevo sollecitato notizie sul tema. Questa la parte conclusiva della nota inviatami: “Nella rilevazione di fonte giudiziaria (2) veniva rilevato anche il cosiddetto <movente>; tra le opzioni  da poter indicare c’erano anche le malattie e anomalie fisiche e le malattie e anomalie psichiche. Ovviamente una simile informazione risentiva di notevoli limiti essendo il suicidio un fenomeno multidimensionale, in cui si intrecciano, nella individuazione delle cause, fattori sia individuali che sociali”.

Spero che qualche medico vorrà arricchire il dibattito dicendo se a suo avviso è giusto o no affermare che il movente dei suicidi è la malattia anche nei casi indicati dalla mia cortese interlocutrice.

Così come spero che l’Istat giunga presto, sul tema, a delle decisioni conclusive, che aggiungerebbero un importante elemento di valutazione nel dibattito parlamentare sulla eutanasia: dibattito che nel frattempo è stato accantonato dalle due competenti commissioni della Camera, che hanno ritenuto di dare precedenza al tema del testamento biologico, la cui approvazione entro questa Legislatura (ovviamente in una forma accettabile e non indecente come la famigerata “legge Calabrò”) potrebbe essere una soluzione di compromesso in attesa di conseguire l’irrinunciabile obiettivo della legalizzazione della eutanasia, ovvero della “libertà di morire”.