La balla intorno al nome di Elena Ferrante continua a farmi saltare i nervi. Lo ammetto, sparatemi addosso. Sono tuttavia abbastanza innocente e lo dico da lettrice, non amo la scaltrezza quando è mal gestita, le architetture disoneste, le interviste mirate, paginone sui quotidiani dedicate a un ingranaggio speculativo. Ed è questo che mi scoccia della oramai ridicola spy story: insistere sulla pietosa manipolazione editoriale. Tra gli addetti è il segreto di pulcinella.

E andiamo avanti lo stesso con questo vaudeville capace di ingenerare sbadigli o fastidio, dipende. Dovrebbero smettere di parlarne. Ok, lo pseudonimo Elena Ferrante. Ci siamo appassionati, ora diamoci una chiusa. Il patrimonio immobiliare della coppia Starnone-Raja indurrebbe a una sovrapposizione sospetta, leggete l’inchiesta di Gatti e di alcuni colleghi tedeschi al riguardo. La Ferrante è Raja? Anita Raja, traduttrice per le edizione E/O nonché moglie dello scrittore Domenico Starnone? Per inciso, edizioni E/O che pubblica i romanzi della signora Elena Ferrante.

La Ferrante diventa una vittima, il povero Gatti il peggiore dei mali. Gatti ha fatto il suo lavoro. Forse l’entourage dell’autrice sperava in una compiacenza eterna. “Non disturbare il can che dorme”, recita un proverbio. A forza di ostentare un segreto invece che custodirlo (cito lo scrittore veneto Giulio Mozzi), qualcuno li ha presi in parola. I misteri così ostentati vanno indagati. E tanto è accaduto. Solo che non ci si è messo di finto buzzo buono l’intellettuale della conventicola del caso, il portavoce, l’addetto. Ma un giornalista libero. E i suoi colleghi altrettanto liberi del Frankfurter Allgemeine Zeitung, i francesi di Mediaport e gli americani della New York Review of Books. Il peggiore dei mali. Carnefici. Peccato che Gatti sia stato pesantemente insultato e minacciato, vedi la reazione dei lettori sui social, fan che sembrano si siano lanciati contro come cani in cattività.

Indignazioni che hanno del surreale. Sollevazioni settarie spesso – negli ambienti – motivano pantomime al ribasso. Come questo mainstream fortunato universale: Elena Ferrante non è un caso letterario. Lo siamo noi lettori, un caso umano, perché ci prendono per allocchi, ci indottrinano a misurarci con l’inganno. Perché forse hanno tirato troppo la corda, volendoci guadagnare oltre misura?

E’ una balla. Lo scriverò ancora, perché sono una purista, sono innocente. Come molti di voi. Perché ho un tormento segreto: la verità. Cercarla, difenderla. Adesso qualcuno dirà: “sei un’invidiosa”, “i tuoi romanzi non vendono”, “sei una morta di fame”. Vero. Era il mio desiderio da ragazzina: diventare una scrittrice. Con tutti gli stenti, le gavette infinite, il non arrivare quasi mai, o arrivare terzultima, o sparire inghiottita dall’oblio, dalla distrazione, dal disprezzo. Lo intendevo il giusto rischio, intendevo il talento qualcosa di nobile, che rigettasse ogni malafede, l’inganno, la misera furbizia, la speculazione sulla genuinità degli altri, un genere che appartiene alla categoria degli stolti.

Poi ho capito che a saperci fare si può diventare Elena Ferrante, nei giri giusti, e ti compri un paio di appartamenti del valore milionario nel centro storico di Roma o una bella casa rurale nelle campagne toscane. Così cercherò un lavoro da commessa in un negozio di elettrodomestici.