Il 25 settembre 2016 il 58 per cento dei cittadini Canton Ticino ha detto Sì al referendum “Prima i nostri”. La consultazione, promossa dalle locali formazioni populiste Udc e Lega dei Ticinesi, chiedeva alla popolazione di pronunciarsi contro “l’invasione dei lavoratori transfrontalieri” che provengono principalmente dalla vicina Lombardia. E così è stato. Anche se i risultati pratici del voto saranno pressoché nulli perché in contrasto con le leggi cantonali, federali e con gli accordi Svizzera-Ue, l’allarme in quel di Lugano è alto: sia fra i lavoratori italiani che nel mondo sindacale ticinese. “Ci trattano con crescente diffidenza come se fossimo qui a rubare il loro lavoro”, denuncia una signora mentre a Milano Centrale sta salendo sul treno delle 7 del mattino. E non è una voce isolata. “Il problema è che dal 2008, anno della grande crisi, il numero dei frontalieri è raddoppiato in pochissimo tempo: da 30 a 62mila”, spiega Antonio Ferretti, giornalista della Radiotelevisione svizzera italiana che da anni si occupa della tematica. Ma il problema principale sono le retribuzioni. “Gli italiani sono in dumping salariale”, tuona Piero Marchesi dell’Udc, la formazione promotrice della consultazione, che fa notare come i nostri connazionali siano disposti ad accettare paghe impensabili per uno svizzero. “E’ vero, ma la colpa è degli imprenditori, non certo di chi lavora”, ribatte Enrico Borelli, dirigente del sindacato Unia. E se davvero i frontalieri se ne andassero dal Ticino? “L’economia locale collasserebbe. Le scuole e gli ospedali chiuderebbero. Sarebbe una catastrofe”, risponde Paolo Bernasconi, ex pm federale antimafia e oggi famoso avvocato. In Italia il risultato è stato criticato aspramente da tutte le formazioni politiche, compreso qualche esponente del Carroccio. “La Lega ci critica? Al loro “prima il Nord, noi sostituiamo il “prima i ticinesi”. E’ la stessa politica”, taglia corto il leader Udc. Il punto più allarmante però è la crescente diffidenza verso i lavoratori lombardi che, complice l’appeal crescente dei partiti populisti, sta tracimando in astio e potrebbe diventare razzismo. “Come ci insegna drammaticamente la storia del Novecento, la paura dello straniero porta tragedie epocali”, chiosa il giornalista  di Lorenzo Galeazzi