Subito dopo l’arresto di Totò Riina, parlò di “gravissimi episodi di criminalità” che avevano come obiettivo quello di “barattare, istituire una trattativa per la liquidazione di una intera epoca di assassini, di lutti, di stragi in tutti i settori della vita civile nazionale”. Parole pesanti quelle utilizzate il 15 gennaio del 1993 dal generale Giorgio Cancelleri, all’epoca comandante dei carabinieri di Sicilia, per raccontare alla stampa i retroscena dell’arresto del capo dei capi di Cosa nostra.

Ventitré anni dopo l’audio di quella conferenza stampa torna d’attualità: i pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene hanno chiesto e ottenuto di ascoltare il nastro nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, dove è in corso il processo sulla Trattativa Stato – mafia. Alla sbarra, accusati del patto segreto che portò pezzi delle Istituzioni a sedersi allo stesso tavolo di Cosa nostra, ci sono politici come Marcello Dell’Utri e alti ufficiali dei carabinieri come Mario Mori e Antonio Subranni, ma anche boss mafiosi di prima grandezza come lo stesso Riina e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino.

L’audio della conferenza stampa di Cancelleri, recuperato dall’archivio di Radio Radicale, è considerato importante dagli inquirenti per un motivo: il carabiniere parla di “fenomeni che hanno aggredito nei gangli vitali la popolazione, il cittadino comune, qualsivoglia attività produttiva, con attacchi ripetuti contro le istituzioni statali. E questo in un piano anche, chiamiamolo in termini militari strategico, addirittura potrebbe avere dell’inaudito e dell’assurdo, di mettere in discussione l’autorità istituzionale. Quasi a barattare, a istituire una trattativa per la liquidazione di una intera epoca di assassini, di lutti, di stragi in tutti i settori della vita civile nazionale”.

Il fatto che l’allora comandante dell’Arma in Sicilia parli di “trattativa” e tentativo di “baratto” nel giorno dell’arresto di Riina, è un dettaglio molto interessante per i pm: secondo l’ipotesi accusatoria, infatti, proprio l’arresto del capo dei capi di Cosa nostra è uno dei passaggi dell’interlocuzione tra lo Stato – rappresentato in quella fase i carabinieri del Ros – e Bernardo Provenzano, leader dell’anima più morbida e dialogante dell’associazione criminale. Ma non solo. La Corte d’assise ha infatti dato il via libera alla deposizione del governatore della Lombardia, Roberto Maroni, che si oppose pubblicamente, nell’estate del 1994, al decreto legge varato dal consiglio dei ministri sull’applicazione di misure cautelari per reati come la concussione (il cosiddetto decreto Salvaladri), perché sarebbe stato diverso da quello da lui avallato in precedenza.

In previsione dell’interrogatorio in aula del tenente colonnello Massimo Giraudo (previsto per il 14 ottobre, mentre il 7 toccherà a Sergio De Caprio, alias il capitano Ultimo), i pm hanno depositato agli atti del processo anche i faldoni riguardanti il segmento iniziale della carriera di Mario Mori. Prima di arrestare Riina, prima di fondare il Ros, prima di finire sotto processo (ed essere assolto anche in appello) per il mancato arresto di Provenzano, Mori era infatti un giovane a valente 007 in servizio al Sid, il servizio segreto del ministero della Difesa, dove era noto anche come “dottor Giancarlo Amici”, falsa identità che utilizzava nelle operazioni sotto copertura.

Da due anni gli inquirenti lavorano sui documenti acquisiti dagli archivi dell’Aisi, per ricostruire le attività del generale dei carabinieri nell’Italia degli anni di piombo: dai rapporti con i fratelli Gianfranco e Giorgio Ghiron (il primo era vicino all’estrema destra, il secondo sarà poi avvocato di fiducia di Vito Ciancimino), a quelli con il colonnelli Federico Marzollo e Vito Miceli, direttore del Sid fino al 1974, iscritto alla P2, poi coinvolto nell’inchiesta sul Golpe Borghese, fino a quello strano allontanamento. Nel 1975, infatti, Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio D, quello che si occupa del controspionaggio, scrive a Mario Casardi, che ha sostituito Miceli al vertice dei servizi, chiedendo di allontanare Mori dai servizi “nel più breve tempo possibile”. Un licenziamento accompagnato tra l’altro dall’inedito divieto di prestare servizio a Roma, recepito dall’Arma dei carabinieri: per tre anni Mori viene spostato a Napoli. Tornerà a prestare servizio nella capitale solo il 16 marzo del 1978, che è curiosamente il giorno del rapimento di Aldo Moro in via Fani.

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