Nell’immaginario collettivo sarebbero i prodotti della terra come il vino, gli agrumi, il grano, ecc. le principali voci del Made in Sicily, in realtà, per valore economico, sono i prodotti della raffinazione del petrolio la principale voce dell’export siciliano, ma se cambiamo ancora la prospettiva, dal valore economico al costo umano, possiamo dire che sono invece i cervelli la più apprezzata voce dell’export siciliano, sia verso il resto d’Italia che verso l’estero. Alla tradizionale secolare migrazione di braccia, ogni famiglia siciliana conta oggi la perdita di giovani di elevato livello di istruzione ovvero di talenti artistici che cercano fortuna altrove. E come dare loro torto? A tornare, se cambiano le condizioni di vita e le opportunità, si fa sempre in tempo, ma se gli scenari non cambiano, anzi peggiorano, come si può chiedere a un giovane di talento di perdere qui i suoi anni migliori nell’attesa?

Di quanto sia folle poi questo esodo quando approdi all’estero, non solo per la Sicilia, ma per il sistema Italia, ne ho personale esperienza. Il mio figlio maggiore ha completato gli studi con un master in una prestigiosa università Usa, mi sono sobbarcato il costo, notoriamente notevole, senza poterlo neanche dedurre dalle tasse e al momento di cogliere i frutti di questo investimento in formazione il sistema Italia è stato latitante: poteva sfruttare l’investimento di un privato cittadino, ma ha lasciato che fosse invece un’istituzione americana a cogliere, con reciproca soddisfazione, quel frutto prezioso. Si dice che l’arma segreta degli Usa oggi si chiami H1B, uno dei visti con cui le imprese americane si assicurano personale qualificato da tutto il mondo.

Ho pensato a questo stamane mentre assistevo, per motivi professionali, alla conferenza stampa di inaugurazione dello Sherbeth Festival, una delle più importanti manifestazioni al mondo sul gelato artigianale che si terrà in questi giorni a Palermo, quando il direttore tecnico, Antonio Cappadonia, ha chiesto ufficialmente alle autorità presenti di intitolare una via a Francesco Procopio Cutò (De’ Coltelli), il primo ambasciatore all’estero del gelato moderno, che qui a Palermo nacque nel XVII secolo.

I politici non amano celebrare chi ha cercato fortuna altrove perché in un sistema meritocratico dovrebbero essere i parassiti a emigrare e non i migliori talenti, ma, elettoralmente parlando, i parassiti sono più funzionali di chi è abituato a pensare con la propria testa e a farsi valere per capacità e meriti propri. Per questo una storia come quella di un ventenne di nome Procopio che dalla Palermo già colpita dalla peste si trasferisce nella Parigi del Re Sole merita di essere raccontata.

Francesco Procopio Cutò nacque il 9 febbraio 1651 nel popolare quartiere palermitano del Capo da Onofrio Cutò e Domenica Semarqua così come documentato dai registri parrocchiali della Chiesa di S. Ippolito. Appena ventenne emigrò in Francia dove cominciò a lavorare come cameriere in uno dei primi caffè parigini, quello di Pascal, finché nel 1686 riuscì a inaugurare quello che sarebbe diventato il primo caffè letterario del mondo: Cafè Procope.

Oggi è un ristorante, monumento nazionale di Francia, ma all’epoca nacque come un’elegante caffetteria con tavoli in marmo, poltrone in pelle, lampadari in cristallo e numerosi ritratti posti su pareti rivestite da tessuti. Il Cafè Procope era l’unico locale di tutta la Francia dove si potevano gustare gelati di frutta, acque gelate (le granite) e sorbetti dai nomi suggestivi (fiori d’anice, fiori di cannella, frangipane ovvero la siciliana pomelia) grazie al talento di Procopio nel bilanciare essenze e spezie.

Procopio portò con sé la “tecnologia” del sale mischiato con la neve che in virtù di una patente reale di Luigi XIV (il Re Sole) poté velocemente introdurre in città per produrre i sorbetti e conservarli più a lungo. Sembra incredibile, ma la Sicilia dell’epoca esportava ghiaccio nel Mediterraneo tratto dalle neviere delle Madonie e dell’Etna. Procopio, pioniere della produzione del gelato moderno, conquistò i parigini e forte del suo successo nobilitò il cognome in De’ Coltelli giocando sull’assonanza fonetica tra Cutò e couteaux che in francese significa appunto coltelli.

Nel suo rinomato caffè accorsero nei secoli XVIII e XIX gli attori, i filosofi e i letterati più in vista del tempo, Voltaire, Balzac, Victor Hugo, Diderot, D’Alembert, Danton, Marat, Robespierre, gli americani Benjamin Franklin e Thomas Jefferson e, persino, un giovane Napoleone Bonaparte, all’epoca tenente, che una sera lasciò in pegno il suo bicorno non disponendo del denaro sufficiente per pagare il conto. E’ opinione diffusa che oltre all’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert anche una parte della Costituzione degli Stati Uniti d’America sia stata abbozzata sui tavoli di Cafè Procope da Jefferson e Franklin in confronto con gli illuministi francesi.

E’ davvero un peccato che proprio la città di Palermo che gli ha dato i natali non abbia ricordato con una strada o una piazza questo giovane che, come tanti altri ancora oggi, ha lasciato la città per cercare fortuna altrove, trovandola.