Se l’effetto sui mercati si fa già sentire, per quello sui carburanti bisognerà aspettare almeno venerdì 30 settembre. Mercoledì infatti i mercati internazionali dei prodotti petroliferi hanno registrato solo un incremento limitato legato alle mosse dell’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio che durante il vertice informale di Algeri hanno trovato a sorpresa un accordo (il primo da otto anni a questa parte) sul taglio delle quote di produzione. Nel giorno dell’intesa i prodotti raffinati in Mediterraneo hanno chiusura con la benzina a 323 euro per mille litri (+3), diesel a 319 euro per mille litri (+6). Pertanto all’indomani dal monitoraggio di Staffetta Quotidiana e Quotidiano Energia non traspare nessuna variazione dei prezzi raccomandati da parte delle compagnie. Le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico mostrano sul self service la benzina a 1,455 euro/litro (invariato, pompe bianche 1,430), il diesel a 1,296 euro/litro (-0,1 cent, pompe bianche 1,273). Gpl a 0,536 euro/litro (-0,1 cent, pompe bianche 0,519), metano a 0,978 euro/kg (+0,1 cent, pompe bianche 0,970). Sui mercati, invece, il prezzo del greggio ha subito imboccato la via del rialzo, tornando sopra quota 47 dollari. Giovedì mattina il barile di Brent ha superato di slancio i 48,50 dollari, in aumento del 6 per cento. Il greggio, che a gennaio era sceso al minimo degli ultimi cinque anni a quota 27 dollari, ha addirittura scavalcato la soglia dei 49 dollari, per poi ritracciare.

L’intesa, che ha registrato anche il consenso degli avversari storici Arabia Saudita e Iran, prevede che il tetto giornaliero venga fatto scendere dai 33,2 milioni di barili del mese scorso a 32,5 milioni di barili. Manca ancora l’ufficialità, perché l’accordo – secondo quanto ha spiegato il ministro dell’energia del Qatar Mohammed bin Saleh al-Sada – sarà ratificato il 30 novembre a Vienna. Ma i mercati sono apparsi convinti che ormai la quadra sia stata trovata. In particolare l’Arabia Saudita ha accettato di tagliare la propria produzione di 500mila barili al giorno dagli attuali 10,6 milioni, mentre Teheran, dopo i tira e molla dei mesi scorsi, ha accettato di mantenere la sua produzione intorno ai 3,7 milioni di barili, circa 50mila in più rispetto alla situazione attuale, rinunciando a salire a quota 4 milioni, cioè il livello toccato prima dell’entrata in vigore delle sanzioni sul programma nucleare di Teheran.

Prima del vertice di Vienna servirà comunque un accordo politico circa il nodo della ripartizione delle nuove quote fra gli altri Stati membri. Secondo la proposta presentata dall’Algeria, a pagare il conto più salato dopo l’Arabia Saudita dovrebbero essere gli Emirati Arabi (circa 150mila barili in meno) seguiti da Iraq (circa 130mila in meno). Libia e Nigeria conserverebbero le quote attuali. Resta il nodo della Russia: stando a indiscrezioni Mosca, insieme ad Algeria e Qatar, avrebbe convinto Arabia e Iran della necessità di dare una sforbiciata alla produzione per il bene di tutti. Ma nel frattempo in casa propria sta avviando nuovi giacimenti e incrementando le estrazioni.

L’intesa, sulla carta, rappresenta comunque un successo: era tutt’altro che scontata, vista la tenace opposizione di Teheran, che vuole trarre vantaggio dalla libertà di azione determinata dalla fine delle sanzioni e dell’embargo. La situazione economica internazionale, tuttavia, ha probabilmente avuto la meglio sulla geopolitica: le previsioni di prezzi in picchiata e domanda ancora in ribasso a fronte di un’offerta sovrabbondante (le ultime sono arrivate proprio mercoledì da Goldman Sachs) non sono rimaste inascoltate al tavolo del grandi produttori, dove sedeva anche la Russia pur non essendo membro effettivo del Cartello.

Per ora la risposta dei mercati conferma le speranze dei paesi produttori, le cui finanze – come nel caso di Riad, costretta a varare inediti tagli di bilancio – sono state duramente colpite dalla caduta verticale dei prezzi rispetto al picco di oltre 100 dollari al barile toccato nel 2014. Il calo delle quotazioni del greggio, d’altra parte, ha permesso ai membri dell’Opec di riguadagnare quote di mercato sui produttori nordamericani, i cui costi di produzione sono superiori a quelli del Medio Oriente e che con la crescita della loro attività ha causato l’eccesso di offerta alla base della caduta delle quotazioni.