“Studentessa italiana? La stanza è libera, venga a vederla quando vuole”. “Studentessa italiana, sì, ma di origine marocchina, come potrà ben capire dal mio nome e cognome”. “Ah guardi, allora magari ci risentiamo perché, adesso che ci penso bene, c’erano altre ragazze interessate…”. Questo, più o meno, il canovaccio del dialogo di buona parte delle oltre 60 telefonate che Chaimaa Fatihi, studentessa italiana di origine marocchina (nota per la sua lettera contro l’Isis, divenuta anche un libro edito da Rizzoli, Non ci avrete mai) ha fatto negli ultimi giorni per aiutare un’amica, come lei italiana di origine marocchina, a trovare una stanza in affitto a Modena, dove è iscritta alla facoltà di giurisprudenza. Certo cambiano le scuse addotte dai proprietari interpellati per tornare sui loro passi, ma lo schema è sempre quello: “Le trattative inizialmente – spiega Chaimaa al fattoquotidiano.it – andavano bene e si decideva di accordarsi sul l’appuntamento per vedere la stanza, ma alla richiesta del nome, sentendone uno straniero, chiedevano se non fosse italiana, alla risposta “sono italiana di origine marocchina” ribattevano con “ah allora non è italiana” e da qui non si accordava più su nulla, finiva con un “le faccio sapere”, “ci sono altre ragazze prima di lei. Vedo che fare” e così via. Il sangue al cervello bolle e dentro ti auto imponi di stare calma, ma non è facile”.

Il problema sta proprio in quelle poche parole “di origine marocchina”, che fanno emergere pregiudizi dai quali, evidentemente, l’Italia si è tutt’altro che liberata. Come se avere un nome e un cognome italiani certificasse serietà e puntualità nei pagamenti. Anche noi abbiamo provato a effettuare qualche ricerca telefonica in città come Parma e ci siamo trovati di fronte agli stessi problemi di Chaimaa. Il problema non è limitato agli studenti ma colpisce anche lavoratori e famiglie. “Conosco un imprenditore di Modena – spiega ancora Chaimaa, mostrandoci lo screenshot della pagina Facebook datata 25 settembre, dove compare l’annuncio – che poco tempo fa cercava una stanza per un suo dipendente di colore. Anche lui ha ricevuto moltissimi rifiuti dopo che specificava che si trattava di uno straniero, nonostante si trattasse di un lavoratore serio con contratto a tempo indeterminato”.

E ancora, per quanto riguarda le famiglie, la situazione non cambia di molto. Anzi, ha fatto scalpore, circa due anni fa la storia di Rassmea Salah e Ilias Bennadi, due italiani di origine marocchina con due contratti a tempo indeterminato di alto livello (dipendente di una Ong lui, addetta stampa lei) che per cinque mesi, a Bologna, hanno cercato una sistemazione senza trovarla a causa di rifiuti da parte dei proprietari delle abitazioni basati, essenzialmente, su pregiudizi quali: “Il velo (che porta Rassmea, ndr) potrebbe preoccupare i vicini” e anche “Suo marito lavora per una ong islamica, sa come va di questi tempi…”. Dopo il polverone mediatico una casa, Rassmea e Ilias, l’hanno trovata. Ma nella loro situazione, ci spiega Chaimaa – che è anche delegata dei Giovani Musulmani Italiani (gmi) all’interno del Forum Nazionale Giovani (fng) – “si trovano moltissime famiglie musulmane e straniere in tutta Italia”.

Sembra quasi di rivedere stralci di vita degli anni ’60, quelli del boom economico italiano, quando migliaia di persone si sono trasferite dal Sud al Nord Italia in cerca di un lavoro nelle grandi fabbriche. Anche allora in moltissime occasioni, chi cercava una sistemazione si trovava di fronte a un muro fatto di pregiudizi ben esplicitati da cartelli appesi ai portoni dei condomini con la scritta impietosa: “Non si affitta ai meridionali”. Chaimaa un’idea di perché accadano queste cose ce l’ha: “A mio parere dipende da una paura alimentata anche da quel che sentiamo nei TG e leggiamo sulle varie testate giornalistiche: non si respira aria buona ultimamente. Ma credo che alla base di questi atteggiamenti discriminatori ci sia anche ignoranza totale e una sorta di auto difesa, non si capisce nemmeno da chi e da cosa: si discrimina in maniera sottile e indegna”.