di Riccardo Lenzi* e Carmelo Pecora**

Il prossimo 3 ottobre, vigilia del santo patrono di Bologna, saranno trascorsi ventinove anni dalla prima azione mortale di quella che, negli anni successivi, verrà battezzata “Banda della Uno Bianca”.

Il 10 settembre 1987 la vetrina di un autosalone di Rimini viene bersagliata da ignoti pistoleri. Nei giorni seguenti arrivano telefonate di minaccia al titolare, Savino Grossi, e altri spari contro la medesima vetrina: “O ci dai 30 milioni o finisci male”. Il commerciante a quel punto si rivolge alle forze dell’ordine e concorda con la polizia quella che dovrebbe essere una trappola per catturare gli estorsori.

La notte tra il 3 e il 4 ottobre l’auto di Grossi percorre l’autostrada A14 in direzione Bologna. Più o meno all’altezza di Cesena il commerciante si ferma in prossimità di un cavalcavia, da cui pende una corda: è il segnale concordato con i misteriosi criminali. Grossi prende tempo, anziché legare prontamente la borsa con i soldi alla corda. Nel frattempo gli uomini sul cavalcavia vedono arrivare le auto civetta della Polizia, rinunciano al bottino e aprono il fuoco, come in un film di azione. Tre degli agenti, compreso quello che si era nascosto nel bagagliaio dell’auto di Grossi, vengono colpiti. Uno di essi, Antonio Mosca, morirà un paio di mesi dopo. Nella terrificante contabilità del caso Uno Bianca, Mosca verrà classificato come la prima delle 24 vittime che, in sette interminabili anni, la banda dei fratelli Savi (e dei loro collobaratori “a chiamata”) ha lasciato sul terreno.

In occasione del Festival Francescano il Vescovo di Bologna Matteo Zuppi, persona stimabilissima, ha affrontato pubblicamente il tema del perdono, definendolo “l’unica, faticosa, via umana”. E rivelando, contestualmente, che “uno della Uno Bianca” (Alberto Savi) gli ha scritto per “chiedere il perdono” (qui la risposta dei familiari delle vittime). Non è la prima volta che, in una delle città più colpite dalla ferocia del terrorismo – e, come in questo caso, dei traditori della divisa allora indossata – si tenta di aprire un “dibattito” su questo delicato e spinoso argomento. Nonostante il costante e pressoché unanime rifiuto dei familiari delle vittime a concederlo, è legittimo che ci si eserciti sul valore e sul significato della parola perdono. Specie se a parlarne è chi, come un vescovo, non ha secondi fini (diversamente da questi criminali, che lo chiedono esclusivamente per ottenere sconti di pena).

I sottoscritti non hanno grande dimestichezza con la filosofia della religione. E non sono – grazie al cielo? – familiari di vittime. Ciò nonostante non ci sfugge quanto “colpa” e “perdono” siano concetti che da secoli condizionano il pensiero e le azioni di cristiani e, in particolare, cattolici. “Amare i propri nemici”, però, non può essere un comportamento collettivo, ma solo la libera scelta di chi, individualmente, decide di seguire questa indicazione del Vangelo. Cosa diversa è considerare il perdono come unica via che una comunità dovrebbe seguire per restare umana.

Certo, il vescovo lo ha fatto con maggiori delicatezza, profondità e sensibilità nei confronti dei familiari delle vittime, rispetto ad altri pulpiti, laici e non. Per esempio, Sua Eminenza ha voluto sottolineare che “perdonare non significa non cercare giustizia“. Eppure abbiamo l’impressione che, nell’affrontare l’argomento, gli siano involontariamente sfuggiti alcuni aspetti del problema. Aspetti importanti che rischiano, se sottovalutati, di rinnovare il dolore di chi ha subito, direttamente o indirettamente, la violenza di criminali come i fratelli Savi, Francesca Mambro o Nadia Desdemona Lioce. Persone che ci permettiamo – senza, appunto, pretese filosofoco-religiose – di definire “disumane”.

Prima questione. Affiancare a una riflessione generale sul perdono la notizia di una telefonata di Alberto Savi, induce a pensare che costui, non trovando udienza presso i familiari, abbia pensato di indirizzare al Vescovo la sua richiesta sperando che essa ottenesse così maggiore risonanza e, con essa, maggior influenza sulla pubblica opinione.

Seconda questione. Le richieste di perdono da parte dei fratelli Savi e degli altri membri della banda sono ormai un evento ciclico, che di anno in anno si ripete, specialmente (verrebbe da dire scientificamente) a ridosso degli anniversari più visibili. Non a caso, anche stavolta, siamo vicini al 13 ottobre, giorno in cui a Bologna si commemorano tutte le vittime della Uno Bianca.

Terza questione. È vero che il perdono è un gesto unilaterale e “gratuito”. Ma per chi è ancora in cerca di verità e giustizia (terrene), il perdono non è solo difficile, rischia di essere impossibile. Prendiamo un esempio diverso da quello della Uno Bianca. Lei, Eminenza, è certamente al corrente del fatto che Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti da alcuni anni sono liberi cittadini a tutti gli effetti, nonostante una quindicina di ergastoli e nonostante non abbiano mai confessato il più infame dei loro numerosi crimini, la strage alla stazione. I due, inoltre, non hanno mai voluto collaborare con la magistratura fornendo a essa elementi di conoscenza utili a individuare complici e mandanti. Ecco: non Le pare che dovrebbe essere, casomai, il perdono (facoltativo) a “completare” la giustizia (dovuta), e non viceversa?

* Presidente Associazione Piantiamolamemoria
** Ex poliziotto e scrittore