Tutto si può dire della scuola nel 2016, ma non che faccia acqua da tutte le parti. Infatti il liceo che frequenta mio figlio è stato chiuso ben quattro giorni di seguito per un “guasto alla rete idrica”. A causa della mancanza d’acqua finora i ragazzi hanno frequentato solo tre giorni di scuola, e siamo alla fine di settembre. Gli studenti hanno affrontato la cosa con molta filosofia. Qualcuno ha anche organizzato delle gite a Međugorje per accendere un cero alla Madonna che ha ascoltato le loro preghiere.

Da genitore, però, mi domando come possa accadere che per quasi una settimana non venga garantito il diritto allo studio per un guasto di questo tipo. D’altro canto, ho notato che praticamente nessuna reazione ci sia stata né da parte degli studenti (magari di ritorno dal pellegrinaggio in Bosnia), né da parte di noi genitori né dei docenti. Questa rassegnazione evidente, fotografa in pieno lo stato della scuola in Italia.

Finiti gli anni delle grandi battaglie democratiche che portarono ai decreti delegati, finita la illusione che ci potesse essere una scuola democratica e partecipata, terminate anche le dinamiche docenti-genitori-studenti che hanno prodotto tante esperienze di gestione illuminante e progressista dell’istruzione pubblica in Italia.

Perché siamo arrivati a questo punto? La responsabilità non è solo di chi al governo si riempie le parole di “Buona scuola”. Del resto in questo caso non ci si può neanche consolare con il classico “piove governo ladro” perché per avere un poco di acqua, al Malpighi, servirebbero le doti di un rabdomante. Dobbiamo fare tutti un esame di coscienza collettivo.

Gli studenti, sempre pronti a protestare per ottenere autogestioni e occupazioni, sembrano non sapere che un giorno di “sega” ci sta anche, ma perdere una settimana di scuola non può che pregiudicare il loro rendimento e apprendimento.

L’istituzione scolastica a tutti i suoi livelli. La dirigenza del liceo, per non aver verificato che tutto fosse a posto alla riapertura della scuola, controllando gli impianti e lo stato dell’arte della struttura. A che servono i tre mesi di  “pausa” estiva? A ciò va aggiunta una pessima gestione della comunicazione, limitata ogni giorno a un laconico avviso sul sito dell’istituto, salvo far andare tutti gli studenti a scuola venerdì scorso per comunicargli che anche quel giorno le lezioni erano sospese.

E poi i responsabili dell’Ufficio Scolastico Regionale che avrebbero dovuto intervenire prontamente su Acea per sollecitare una pronta risoluzione del guasto. E magari, già che c’erano, potevano anche chiedere ai dirigenti del liceo Malpighi come mai, in due anni, si sia passati da 7 sezioni a solo 4.

Per non parlare della municipalizzata dell’acqua. Possibile che non si riesca a risolvere un guasto in cinque giorni? E’ paradossale che le carenze di un servizio pubblico, come l’erogazione dell’acqua, impediscano a un altro servizio pubblico, l’istruzione scolastica, di svolgere il proprio ruolo.

E infine noi genitori, che abbiamo perso la speranza di cambiare qualcosa, anche perché ci siamo imbattuti contro il muro di gomma di istituzioni scolastiche sorde alle nostre richieste, anche sancite da referendum stravinti. Come quello che aveva deciso negli anni scorsi la volontà di mantenere la “settimana lunga” per poi ritrovarci con la decisione del Consiglio di Istituto del Liceo, sollecitato dalla dirigente scolastica, di attivare la riduzione alle cinque giornate (intense e faticanti) a partire da quest’anno, senza avere informato gli altri genitori su questo cambiamento di rotta.

Forse questo episodio ci restituisce una esigenza: recuperare lo spirito perduto, la cooperazione delle famiglie come partner della scuola che, lo si è visto in tante esperienze del presente e del passato, costituisce un fattore determinante per il successo formativo degli alunni. Ci riproviamo?