Qualche mese va fa la notizia era apparsa soprattutto grottesca – il Pd sfratta il Pd – visto che a Bolzano la Fondazione Mascagni (del Pd), proprietaria della sede del partito, aveva intimato lo sfratto per morosità. Adesso la vicenda si ingarbuglia e assume qualche coloritura politica. Perché almeno una decina di assessori o consiglieri eletti in Provincia o nelle amministrazioni comunali non versa alle casse quanto previsto dallo statuto. La conseguenza è che il Pd provinciale, non avendo i soldi per far fronte alle spese della sede e di due dipendenti, rimanderà lunedì prossimo all’assemblea la decisione di chiudere gli uffici e di passare alla cassa integrazione a zero ore per il personale, preludio per la cessazione del rapporto di lavoro.

A Bolzano è caccia aperta ai “morosi”, ma come da tradizione il partito non lascia trapelare i nomi. Di loro si dovranno occupare i garanti nazionali, che sono stati investiti del caso (che interesserebbe anche altre realtà locali in Italia, a dimostrazione che la fedeltà proverbiale degli eletti si è incrinata) dal tesoriere Salvatore Cavallo, dopo che i garanti provinciali hanno fatto spallucce. L’interesssato spiega a ilfattoquotidiano.it: “Io mi assumo sempre la responsabilità della gestione finanziaria, ma lo dovrebbero fare anche gli altri. E siccome sono stanco di correre dietro a chi non paga, penso che ognuno debba fare la propria parte e decidere di conseguenza. Io so che per chiudere il bilancio in pareggio mi mancano 40mila euro”. Il giornale l’Alto Adige ha fatto riferimento a 8 eletti che non pagano le quote. In realtà il numero è superiore. Per statuto i consiglieri e assessori provinciali devono versare il 18% della indennità lorda, assessori comunali e sindaci l’8% del lordo, i consiglieri comunali il 7% del gettone di presenza.

Nella lista dei generosi ci sarebbero la deputata Luisa Gnecchi, il vicepresidente della Provincia Christian Tommasini e il presidente del consiglio provinciale Roberto Bizzo, che in passato hanno fatto versamenti extra per far fronte ai debiti. Top secret sulla lista di quelli che hanno il braccino corto. Di rilievo il fatto che si siano quasi tutti giustificati, informalmente, con motivazioni di dissenso politico. “A chi lo ha detto – spiega Cavallo – rispondo che quei dissensi interni vanno affrontati in sede politica, mentre l’impegno finanziario è previsto dallo statuto del partito”. Insomma, se ce l’hanno con Renzi, non possono mandare in bancarotta il partito in sede provinciale. A chiamarsi fuori, dopo qualche riferimento di stampa, è il neo sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi: “Non ho mai fatto promesse di versamenti al Pd, a cui non sono iscritto. Mi candidai alle primarie da indipendente e quindi non sono tenuto a nessun versamento. Ricordo che mi sono autoridotto del 30 per cento l’indennità di sindaco, a beneficio della collettività”.

Preoccupazione del Sindacato giornalisti, visto che uno dei dipendenti è un addetto stampa professionista (l’altra è un’impiegata amministrativa). Di certo il bilancio del Pd di Bolzano è gravato di debiti (193mila euro nel 2013) e ha ricevuto qualche settimana fa l’ultima quota prevista dalla legge sul finanziamento dei partiti, per 3.600 euro. L’affitto della sede di piazza Domenicani è di favore – circa 400 euro al mese per un contratto in comodato – visto che la Fondazione Mascagni è del Pd stesso. Evidentemente non è bastato per evitare il crac.