Guidata da due timonieri che – sia pur per molto diverse ragioni – battono ogni record di impopolarità, la malandata barcaccia delle elezioni presidenziali Usa continua a navigare in acque inesplorate (”uncharted waters”, come vanno da queste parti ripetendo politologi e sondaggisti). E quel che accadrà di qui a novembre resta più che mai imprevedibile. Certo è, tuttavia, che ieri notte, al termine del primo dibattito presidenziale, soltanto due espressioni – e, paradossalmente, proprio le due espressioni che il candidato repubblicano ha con più baldanzosa continuità gettato in faccia ai suoi rivali nel corso della campagna – apparivano in grado di sintetizzare la performance televisiva di Donald J. Trump: “total disaster” e “loser”. Ovvero: un disastro totale – quale per Trump indiscutibilmente è stato, da qualunque prospettiva lo si voglia giudicare, il risultato del confronto con Hillary Clinton – e perdente (con tutto il peso negativo che questa parola assume in una realtà altamente competitiva), quale indiscutibilmente è apparso ieri notte il molto pittoresco “tycoon” che, contro ogni ragionevole previsione, è giunto ad un passo dalla Casa Bianca (e che, ahinoi, lì ancora si trova, a dispetto della batosta).

Donald J. Trump, in effetti, ieri notte non ha soltanto perso il dibattito. Ha, come si dice, perso la faccia. E per meglio capire la portata della sua disfatta occorre giudicarla partendo dalla cultura, o dalla filosofia, che definisce uno sport – o, per meglio dire, una molto plebea e mascolina forma di spettacolo – che il medesimo Trump da sempre molto ammira. Anzi, che ammira al punto da averlo accolto nella piuttosto nebbiosa (e non di rado torbida) galassia delle sue attività imprenditoriali: il “wrestling”, la lotta libera (ecco qui un video che ben illustra il tipo di rapporto, non solo finanziario, che Trump ha intrattenuto e intrattiene con questo mondo). Del “wrestling” – e basta, per provarlo, rivedere qualcuno dei suoi dibattiti nel corso delle primarie, o qualcuno dei suoi comizi – il candidato presidenziale Donald Trump ha infatti, senza sforzo alcuno ed in piena sintonia con il suo carattere, assunto tanto il linguaggio (verbale e corporale) quanto il muscolare culto della forza bruta che di questo linguaggio è il fondamento. Gli avversari vanno, seguendo la logica di questo culto, non solo battuti, ma umiliati. E proprio questo, umiliante, è stato il modo con il quale ieri notte, di fronte a oltre cento milioni di telespettatori, Hillary Clinton – una donna! – ha senza apparente sforzo sballottato il povero Trump, ringhiante ma impotente, tra le corde del ring.

Da un lato (il lato vincente) una candidata imperturbabile e precisa, preparatissima ed implacabile. E dall’altro un nervosissimo energumeno, incoerente e permaloso (permaloso come soltanto chi è affetto da un’acutissima forma di patologico narcisismo può essere), capace soltanto di colpire, con fendenti larghi e sgraziati, l’aria che lo circondava. O meglio, fuor di metafora: incapace non solo di pronunciare una frase completa, o qualcosa che assomigliasse ad un concetto (cosa, questa, in parte scontata), ma anche di controllare se stesso. Volendo passare dal wrestling alla boxe, si può tranquillamente affermare – ricordando il grande Mohammed Alí, Cassius Clay – che Hillary ha ieri notte “danzato come una farfalla e punto come una vespa” attorno alla goffa sagoma d’un orso: quella del rissoso imprenditore immobiliare (e bancarottiere seriale) apparso non solo chiaramente – ci si passi il neologismo – assolutamente “impresidenziabile”, ma più che mai impresentabile, come candidato e come persona. O, più esattamente, come la persona che Donald Trump è sempre stato: un classico bullo con il culto di se medesimo. Un bulletto ieri notte in balia – orrore! – d’una femminuccia.

Molti esperti di politica e comunicazione sostengono che, per capire davvero chi vince un dibattito presidenziale, occorre seguirlo con l’audio in “mute”. E questo per il semplice fatto che – come già nell’anno del Signore 1960 dimostrò il primo dibattito trasmesso in diretta TV, quello tra un impeccabile John Kennedy ed un alquanto trasandato Richard Nixon – questi confronti li vince non chi parla meglio, ma chi “appare” meglio. Un consiglio, questo, che ieri ho personalmente seguito, prima registrando a “voci spente” il dibattito e poi riascoltandolo con la colonna sonora. Alla prima visione già m’era apparso evidente come Trump avesse ampliamente perso ai punti. Ed alla seconda mi sono chiesto – restando nella metafora pugilistica – per quale ragione i responsabili dell’angolo del “tycoon” non avessero scelto a metà dibattito, gettando la spugna, la meno dolorosa via del KO tecnico…

E questa sarebbe stata, in altri tempi, la fine della storia. Ma in altri tempi un candidato come Donald Trump non sarebbe mai arrivato dove è arrivato. Giusto per fare uno dei moltissimi esempi possibili: in altri tempi nessun candidato che, come Trump ha fatto e continua a fare, si fosse presentato di fronte agli elettori (repubblicani o democratici) con una posizione che è un’ovvia presa per i fondelli – “ho un piano che sconfiggere l’Isis in tempi brevissimi, ma non ve lo dico per non allertare il nemico” – avrebbe potuto raggiungere la soglia dell’uno per cento dei consensi. Trump ha invece, nonostante, anzi, grazie a questa presa per i fondelli, stravinto le primarie repubblicane. E si trova oggi a una “striking distance” – ovvero, quasi appaiato – alla sua rivale democratica, in un inesplorato contesto nel quale davvero difficile è capire quanto questo primo dibattito finirà, a conti fatti, per cambiare l’andamento della competizione.

Insomma: ieri la farfalla ha stravinto, umiliando l’orso. Ma domani potrebbe essere l’orso a salire sul podio. Mala tempora currunt. Negli Stati Uniti e nel mondo.