Una carissima amica mi ha regalato il libro di John Niven, A volte ritorno. Dissacrante, provocatorio, ironico, mi ha fatto pensare al film belga Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau testament) e, come il film, al di là della comicità, fa pensare. Il film mi è piaciuto molto e mi ha aperto gli occhi di fronte a un fatto estremamente banale: il tempo della vita è limitato. Fra vent’anni ne avrò più di ottanta, mentre i miei studenti e i miei figli nemmeno cinquanta: viviamo quindi in diverse dimensioni spazio-temporali. Ogni nostra interpretazione, ogni scelta, ogni modo di vedere le cose ha a che fare con le prospettive temporali, se sono diverse viviamo in mondi a cui assegniamo significati diversi e che percepiamo quindi come diversi. Teoricamente lo sappiamo tutti, certo, ma vedere un film, almeno per me, è una forma di esperienza, una fonte di un “sapere” di qualità diversa. Così ora davvero lo “so”.

Ma torniamo al libro. Una favola per adulti, la storia piuttosto divertente di un Gesù hippy che viene rispedito dal Padre sulla Terra, per spiegare agli umani che il suo unico “comandamento” era: “Fate i bravi”, nell’originale inglese be nice. Per riuscirci diventa un famoso cantante pop, investe le sue ricchezze in una specie di fattoria in cui chiunque voglia fare la sua parte viene accolto, viene considerato un sovversivo dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni. Al di là della leggerezza del racconto, colpisce la sintetica semplicità del messaggio. Anche in questo caso, lo sappiamo tutti che è spiacevole sentirsi odiati, malvisti, trattati con malevolenza o durezza; per cui, nel semplice applicare la banalissima regola “tratta gli altri come ti auguri che trattino te” non ci resta che essere esattamente così gentili, con tutti, come ci piacerebbe che più o meno gli altri fossero con noi.

Ma forse se uscendo di casa un bel mattino tutti fossero gentili e benevolenti, non ci chiederemmo con diffidenza “che cosa hanno oggi tutti? E che cosa vogliono da noi?” Ormai per abitudine stiamo sulla difensiva, ci siamo adattati ad aspettarci imbrogli e falsità, abbiamo perso la costruttiva ingenuità di immaginare che ognuno, esattamente come noi stessi, si auguri di star bene in un mondo decente.

E in effetti il messaggio be nice è semplice ma non facile da applicare. Anni fa, in un mio librino teorizzavo che si potesse riassumere una sorta di “micro-etica portatile” nel suggerimento “non danneggiare”: visto che nessuno si può consapevolmente augurare di venir danneggiato, perché mai credere che altri se lo augurino? Per pura logica, se danneggiamo qualcuno o qualcosa, contribuiamo a realizzare un mondo in cui danneggiare è possibile, pur augurandoci il contrario. Rispetto al suggerimento “non danneggiare”, be nice è molto più diretto e positivo. Semplice e per nulla facile.

Per essere gentili, aperti alle opinioni degli altri, genericamente benevoli, abbiamo bisogno di non sentirci di malumore, maltrattati, vagamente minacciati, stanchi, di fretta; di non sentire il bisogno di difenderci prendendo sul personale le espressioni – verbali e non – di chi a sua volta si sente così e “se la prende” con noi. Per non prenderle sul personale abbiamo bisogno di sentirci insieme, parte integrante dell’umanità dolorante sul nostro comune pianeta, così bello, anche se da qualche decennio lo stiamo riempiendo di immondizia e di testate nucleari.

Insomma, lo sappiamo tutti, lo so, sono di una banalità inquietante, ho scoperto l’acqua calda per l’ennesima volta, eppure, nel poco tempo che abbiamo a disposizione su questo pianeta cercherò di ricordarmene: be nice.