Nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tenutosi lo scorso martedì durante l’incontro internazionale per risolvere l’emergenza profughi, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha accusato l’Unione europea di non adempiere ai propri impegni riguardo all’accordo stipulato sui rifugiati siriani.

“Purtroppo non sono state mantenute le promesse fatte dall’Ue alla Turchia”, ha dichiarato Erdogan. “Dall’inizio del conflitto siriano la Turchia è stata lasciata sola e ancora una volta ci troviamo di fronte alla stessa realtà… La Turchia ha mantenuto i confini spalancati a coloro che fuggono la tirannia e l’oppressione. In un mondo in cui i bambini vengono assassinati, non si può rimanere innocenti senza fare nulla. Dobbiamo prontamente e risolutamente prendere provvedimenti per fermare questa crisi, altrimenti non avremo l’opportunità di spiegare alle generazioni future perché non abbiamo agito in tempo”.

Discorso duro, anzi durissimo per far pesare all’Europa il fatto che la Turchia sta ospitando tre milioni di profughi siriani ed iracheni diretti in Europa e lo sta facendo a sue spese. Naturalmente Erdogan ha omesso di menzionare il misterioso colpo di Stato di quest’estate, la scomparsa di decine e decine di migliaia di persone per mano delle forze fedeli al premier, il divieto di lasciare la Turchia per i docenti universitari, la probabile re-introduzione della pena di morte e così via. Fatti e misure a carattere dittatoriale che hanno fatto riflettere Bruxelles sulle conseguenze di un accordo sull’emergenza profughi che dovrebbe elargire ad Erdogan 3 miliardi di euro dandogli carta bianca su come spenderli.

Più preoccupante è la seconda parte del discorso di Erdogan, quella dove il premier turco presenta il suo piano d’azione futuro che prevede il potenziamento della cosiddetta “zona di sicurezza” di circa 900 chilometri quadrati ed ubicata tra la Turchia e la Siria, zona creata quest’estate con l’operazione militare “scudo dell’Eufrate”. Nel suo discorso all’Onu, Erdogan ha annunciato di voler aumentarne le dimensioni fino a 5.000 chilometri quadrati e di essere intenzionato a raggiungere nel breve periodo altri tre obiettivi strategici: una “no-fly zone” al nord della Siria per evitare che aerei siriani attacchino la Turchia; una “zona sicura” dove reinsediare i siriani sfollati; ed una solida cooperazione con gli Stati Uniti per addestrare ed equipaggiare l’opposizione siriana al regime del presidente siriano Bashar al-Assad.

Vale la pena analizzare questi programmi uno ad uno.

Naturalmente la zona di sicurezza tra Siria e Turchia è controllata dalle milizie turche. Mantenerla ed allargarla permetterebbe ad Erdogan di raggiungere un quarto obiettivo: impedire ai curdi di conquistare la lunga striscia di territorio che separa la Siria dalla Turchia e che va dal Mediterraneo fino al Kurdistan iracheno. La zona di sicurezza costringerebbe le milizie curde a spostarsi a sud ed a est del confine, e così facendo li terrebbe lontani dalla Turchia.

Il piano di Erdogan, inclusa la “zona sicura”, sembra ben strutturato anche alla luce del prossimo disastro umanitario: l’esodo di più di un milione di rifugiati da Mosul, che tutti si aspettano inizierà alla vigilia della battaglia per riconquistare la città. Già molti rifugiati iracheni sono fuggiti nel Kurdistan iracheno, che ne ospita quasi due milioni, l’arrivo di un altro milione farebbe collassare le strutture umanitarie, e questo anche se il Regno Unito ha promesso di donare 52 milioni di dollari in vista dell’offensiva contro Mosul. Ma è certo che l’obiettivo di gran parte dei profughi non è rimanere nel Kurdistan iracheno ma raggiungere l’Europa, e per farlo bisogna entrare in Turchia.

Erdogan non ha nessuna intenzione di far aumentare la popolazione siriana residente in Turchia se in cambio non otterrà gli aiuti monetari promessi dall’Unione europea. Quindi, la soluzione del problema, almeno nel breve periodo, è chiudere il confine siriano e quello iracheno e bloccare i rifugiati o nel Kurdistan iracheno o in un limbo territoriale controllato dall’esercito turco, e cioè la “zona sicura”.

Tutto ciò cozza contro i piani di Washington che invece è interessata esclusivamente a distruggere tutte le roccaforti dello Stato Islamico usando le milizie kurde e disinteressandosi sulle conseguenze geopolitiche nella zona. L’esercito americano, ad esempio, sta preparando una campagna militare da lanciare contro l’Isis nel mese di ottobre per riconquistare Raqqa dove armerà direttamente i curdi siriani. La Turchia considera le milizie curde siriane gruppi terroristici, legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Il Pkk nel corso dell’ultimo anno ha condotto diversi attentati terroristici in Turchia, il Pkk è considerato un gruppo terroristico anche dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.

Morale: Ankara e Washington sono in rotta di collisione sulla gestione del conflitto siriano, ma anche Bruxelles ed Ankara sono ai ferri corti. Si profila un autunno caldo e per i profughi questa sarà l’ennesima stagione drammatica che dovranno affrontare.