Continuo ad ascoltare dibattiti sulla riforma costituzionale, che tratta argomenti centrali per la vita delle paese e delle sue istituzioni con un lavoro del Parlamento di quasi 2 anni, che  danno invece enorme rilievo a questioni laterali se non marginali. Ambo le parti danno molto peso ad elementi aventi un peso specifico minore sul futuro assetto istituzionale, spesso declinando sul metodo o sul contorno più che sul merito. Per esempio va molto forte la tesi per il “No” della schiacciante prova secondo cui l’art. 70 è un brodo di parole mentre l’attuale è succinto e chiaro. Di per sé un testo lungo non è sempre sbagliato e uno breve non è automaticamente corretto, ma in questo caso va detto che l’art. 70 disegna le Camere ed è fuori discussione che dire “sono uguali” o scrivere come ora su “che cosa il nuovo Senato può o non può deliberare” richieda un numero di parole diverso. E seppure possiamo ammettere che quell’articolo li poteva essere scritto meglio, certo che non è accettabile la logica secondo cui i tweet sono capolavori della letteratura e i Promessi Sposi un testo obeso, in cui non si capisce niente…

Credo che se il dibattito entrasse un po’ di più nel merito della riforma, eliminando battute e slogan, potremmo confrontarci più a fondo e magari scoprire che non siamo così distanti come può sembrare. Ci provo qui, su Il Fatto Quotidiano, giornale che non fa mistero della propria posizione contraria alla riforma, dove certamente la maggioranza dei commentatori si lancerà in qualche insulto senza neppure leggere fino alla fine, ma con la speranza che vi sia anche qualcuno che voglia provare a discutere la questione, senza preconcetti, pur non cambiando la propria idea.

In questo post vorrei approfondire l’art. 55 e la rilevante novità che introduce. Il secondo comma del nuovo articolo (il primo della modifica) recita “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. Questa è una rivoluzione in linea con la dura lotta di madri costituenti straordinarie come Lina Merlin e Teresa Mattei, figure che fin dal primo giorno ne compresero l’importanza ed inserirono nell’art. 3 quella frase “…senza distinzione di sesso…” che fu il più avanzato baluardo contro la prima, più frequente discriminazione. Nella Commissione dei 75, quando Merlin propose di scriverlo, le risposte furono negative, non ve n’era bisogno, dissero, perché nella dicitura “cittadini” era già ricompresa l’uguaglianza. La senatrice Merlin fu determinata a dire che per quanto si fosse sempre inteso, dalla Rivoluzione francese in poi, pure le discriminazioni non erano mai cessate, e non lo sono ancora oggi, ecco il rilievo di garantire in Costituzione l’equilibrio tra uomini e donne nella rappresentanza. Con questo nuovo articolo 55 si fa infatti un passo in avanti ancora, fondamentale, perché si sancisce in Costituzione che gli organi legislativi devono essere capaci di “rappresentare” tutti e tutte, stabilendo l’obbligo che le modalità di elezione debbano rispettare tale equilibrio.

Qualcuno potrà dire che è una cosa da poco, lo dissero già, come riportato, anche dell’articolo 3. Sancire diritti non è mai cosa da poco, ma la discussione becera in corso, che vorrebbe ridurci tutti a renziani o antirenziani, ha eliminato il succo della democrazia riducendo lo spazio per discutere delle positive se non straordinarie novità inserite in questa riforma, la cui seconda parte modificata alimenta i principi indicati nella prima. A riaprire questi spazi, infatti, un rischio lo si corre, quello di approfondire, discutere, capire e, magari… accorgersi di aver cambiato opinione.