Perché questo pianto sul “No” della Raggi alle Olimpiadi? I Cinquestelle hanno vinto le elezioni dicendo chiaramente come la pensassero sulla candidatura. E credo onestamente che molte ragioni sostengano questo “No”: ultimamente i grandi eventi non hanno portato benefici solidi. Anzi, tutt’altro.

Ma la questione principale secondo me è un’altra. Chi piange sul “No” e dice che abbiamo perso un’occasione in realtà sta ammettendo che l’Italia ha bisogno di iniezioni di denaro per fare quegli investimenti strutturali che altrimenti non può fare. Si cerca di andare sulla corsia d’emergenza perché le carreggiate sono ostruite. Fuori di metafora, si cercano i soldi delle Olimpiadi, dei mondiali di questo e di quello, di Expo, dei Giubilei eccetera eccetera perché la spesa pubblica per gli investimenti è bloccata. E si vogliono regole eccezionali per gestirli, svincolandosi dalla burocrazia ordinaria. Ecco perché le lobby (in senso largo) tifano per i Giochi.

I Comuni (specie quelli virtuosi) hanno il patto di stabilità, i governi hanno il pareggio di bilancio. Insomma ci sono regole assurde che ostruiscono scelte politiche di investimento. Lo dico partendo dal presupposto che investimento pubblico e sprechi sono due mondi diversi. Non si può avere paura degli investimenti pubblici perché i politici possono rubare; se rubano vanno in galera, risarciscono la comunità e non metteranno più piede nella cosa pubblica. Non capita? Beh, si migliora questo ma non si possono bloccare gli investimenti perché non siamo capaci di garantire il rispetto delle regole.

Anche perché poi arrivano i grandi investitori, mettono il grano e pretendono di comandare. La grande distribuzione, per esempio, con due rotatorie e due soldi in più di oneri di urbanizzazione si “compra” aumenti di volumetria esagerati. Col project financing imprenditori, banche, cooperative vari si aggiudicano grandi appalti con costanti aggiustamenti di spesa. Il senso della comunità si sgretolerà sempre di più a favore del lobbismo.

Torno così al tema dei grandi eventi. Non si può pensare di agganciare interventi di opere pubbliche al carrozzone olimpico, perché così si snatura il ruolo della politica. Potenziare la rete dei trasporti, costruire villaggi olimpici e adeguare impianti sportivi, sistemare i manti stradali e altro ancora non significa risolvere questioni che pur ci sono. Essere vincolati dalla circostanza specifica (le Olimpiadi) impedisce una programmazione che guardi la comunità, non le esigenze del Cio. Lo abbiamo visto assai spesso: finito l’evento e smontato il circo, restano gli scheletri. In tutti i sensi.

Riepilogando: Roma o le altre grandi città che si candidano agli eventi lo fanno per sbloccare fondi speciali e soprattutto gestirli con regole eccezionali. È questo quello che serve? Io credo di no.