Era l’ultimo tabù da sfatare. Il passo più importante da compiere. Li c’era solo la targa a ricordare che in quel posto, la sera del 23 settembre 1985, un ragazzo di nome Giancarlo Siani di appena 26 anni venne vigliaccamente ammazzato sotto casa da un gruppo di fuoco della camorra. Colpi di pistola esplosi alle spalle mentre si trovava a bordo della sua Mehari verde. Non ebbero neppure il ‘coraggio’ di incrociare lo sguardo di quel cronista che voleva fare solo il giornalista.

Per tanti anni via Vincenzo Romaniello è stata una strada da evitare. Un anfratto oscuro e sinistro. Una via di passaggio che metteva malumore e tristezza. Un fatto di pelle. Una percezione sensoriale. Un lutto sospeso e da elaborare. Ancora oggi qualcuno dei residenti nel passare, si ferma, fissa il luogo preciso e in silenzio con gli occhi ricolmi di lacrime, tira il fiato, abbassa il capo e va via. Anche Paolo, il fratello di Giancarlo e il resto dei familiari, in solitudine, hanno conservato per loro quel posto. E’ il dolore privato, crudo e rivissuto. Lì un fiore, una preghiera e una promessa. Alle Rampe Giancarlo Siani, non molto distante da via Romaniello, c’è la celebrazione ufficiale, istituzionale, il ricordo pubblico. Perfino quando la Mehari di Giancarlo si è rimessa in moto ed ha ricominciato a girare per le strade della città, Paolo ha sussurrato e ‘imposto’ con gentilezza il diktat: “Mai in via Romaniello”.

Ci sono poi fatti che accadono e basta. E’ inutile cercare le ragioni o rincorrere le ombre. Sono coincidenze astrali, segnali, volontà soffiate da un vento lontano. Un gruppo di ex amiche di Giancarlo, residenti e condomini di via Romaniello, si ritrovano un giorno per caso lì. E rivedono quel luogo e negli occhi il passato che non è passato. E poi il silenzio imbarazzato. Il rumore di un respiro accelerato. La sofferenza di un dolore che fuoriesce da una ferita mai rimarginata. E’ l’aria che per un attimo si ferma. Improvvisa cade la pietra nel lago dei pensieri. E’ una pazza idea. Un fiore per Giancarlo si trasforma in un murales per Giancarlo. Costruire e rappresentare la memoria per le giovani generazioni, portare luce in una via Romaniello. Un affresco lungo il muro di passaggio per comunicare un messaggio civico di rigenerazione sociale. Nasce così l’idea di sconfiggere quel lutto nascosto con l’immagine di Giancarlo con il simbolo della pace disegnato sul volto e dentro la sua vita: la macchina da scrivere, la Mehari, il sorriso.

Parte la campagna di crowdfunding #UnMuraleperGiancarloSiani con Inward e Orticanoodles. “Abbiamo scelto di realizzare l’opera con una sottoscrizione popolare: sarebbe stato il modo che forse Giancarlo avrebbe scelto. A noi è sembrato quello giusto. Per cui, se vi va, aiutateci a far tornare per sempre Giancarlo lì dove ha vissuto i suoi 26 anni” dice Paolo Siani, rapito dall’onda lunga di entusiasmo che in pochi giorni ha trascinato tutto e tutti trasformando quell’idea in un’opera d’arte. Dopo 31 anni cade l’ultimo tabù. Si è sbagliato chi immaginava che il piombo di una pistola potesse fermare il lavoro di un cronista. Giancarlo è vivo. Non è retorica. La sua grande forza è restare un ragazzo, uno dei tanti, con il block notes tra le mani e la voglia di raccontare e documentare i fatti. E sono proprio le nuove generazioni, i giovani, ad aver adottato Giancarlo, perché la strada della libertà, della verità, della giustizia e della legalità si percorre insieme: mano nella mano. La camorra ha perso.