Le azioni di Amazon valgono 804,7 dollari l’una, in rialzo di oltre il 50% rispetto ai 536,07 di esattamente un anno fa. È il prezzo più alto mai raggiunto nella storia del colosso dell’e-commerce, quotato alla Borsa di New York dal 15 maggio 1997. All’epoca ogni azione valeva 18 dollari: chiunque sia stato tanto lungimirante da investirne anche solo mille, si ritroverebbe oggi con un tesoretto di circa 531mila dollari per il solo merito di aver creduto in Jeff Bezos. Il Ceo messicano, che con l’impennata odierna è il terzo uomo più ricco del mondo (subito dopo Bill Gates e il fondatore di Zara Amancio Ortega), siede su una fortuna da 69,3 miliardi di dollari.

La sua Amazon lo segue: con una capitalizzazione di 386,14 miliardi, è la quarta società al mondo per valore di mercato, preceduta solo da Apple (617,51 miliardi), Alphabet (controllante di Google, che viaggia sui 554,36 miliardi) e Microsoft (458,10 miliardi). Con un fatturato di 107 miliardi di dollari, un profitto netto di 596 milioni e 304 milioni di utenti attivi in tutto il mondo nel 2015, la meritatissima crescita di Amazon è frutto del sapiente processo di espansione che l’ha trasformata da rivenditrice di libri online a principale catalogo virtuale da cui ordinare ogni tipo di prodotto: elettronica, film e brani in streaming, software, infrastrutture cloud ma anche abbigliamento, arredi, cibo e gioielli.

Il caso ha voluto che il rialzo azionario abbia coinciso proprio con l’annuncio dell’ultima, curiosa mossa pro-diversificazione: il gigante del retail online ha aperto le porte agli artigiani europei. O meglio i portali, dato che Amazon Handmade, piattaforma inaugurata nell’ottobre 2015 e inizialmente dedicata al solo mercato statunitense, ospiterà da oggi un parterre di esperti della manifattura situati in Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, per cominciare. I prodotti in vendita sono quelli che tipicamente rientrano nell’immaginario collettivo del fatto a mano: dalla spilla in legno a forma di balena bianca alla custodia per iPhone in pelle di struzzo con dipinta la Giuditta di Klimt, dalla lampada a forma di pollice del like di Facebook al tagliere in legno personalizzato “stay hungry, stay foolish”, dalle partecipazioni per il matrimonio ritagliate a fenicottero alla coppia di bradipi in peluche da appendere alla parete.

Ogni rivenditore avrà un proprio profilo, che ne racconta la storia, lo stile e i metodi di produzione. Handmade sbarca in Europa con uno scaffale virtuale da circa 30mila prodotti – quasi tutti personalizzabili- in aggiunta ai 500mila disponibili sull’omologo portale negli States, che nell’ultimo anno è quasi quintuplicato. Tutto bellissimo, e tutto per niente casuale. Senza nulla togliere all’indubbia inclinazione di Jeff Bezos per lo scaldacollo in pelo di alpaca del Perù meridionale, la trovata sembra avere quale unica aspirazione quella di fare concorrenza all’attuale leader del retail artigianale online, Etsy. Fondata nel 2005 e quotatasi l’aprile di dieci anni dopo, l’azienda newyorkese conta 40 milioni di prodotti, venduti da 1,7 milioni di artigiani e acquistati da 26,1 milioni di affezionati clienti. Più che sufficienti per detenere quel monopolio dell’artigianato virtuale diventato oggetto delle ormai ingestibili mire espansionistiche di Bezos, ingolosito soprattutto dalla penetrazione nei mercati al di fuori degli Stati Uniti. Che è comprensibile e anche ammirevole, ma se Bezos desse un’occhiata al valore di mercato di Etsy, che se pur elevato è pari a 1,81 miliardi di dollari, capirebbe che ci sono casi in cui è socialmente efficiente non soffocare del tutto ogni ombra di competitor, soprattutto se valido, di nicchia e, allo stato dell’arte, affatto minaccioso.

di Federica Colli Vignarelli