Finalmente si sta archiviando il tormentone Olimpiadi che ha monopolizzato per mesi il dibattito pubblico con un pressing politico-mediatico senza precedenti né paragoni a cui sono stati sottoposti Virginia Raggi, la capitale bisognosa di ben altre attenzioni, il Paese alle prese con una crisi economica non più occultabile e con un referendum costituzionale strumentalizzato a fini di potere personale.

Come scontato, annunciato fin dal 2015, ribadito quasi ogni giorno della campagna elettorale per le amministrative e durante il ballottaggio che il Pd aveva voluto trasformare in un plebiscito sulle olimpiadi del 2024 a Roma è arrivato il “No” della sindaca che libera la capitale da una prova insensata e irresponsabile più che da una sfida difficile.

Il presidente del Coni Giovanni Malagò che pretendeva un po’ curiosamente lo streaming per un incontro privato ha voluto ribadire con puntiglio in conferenza stampa che il mondo dello sport aveva chiesto all’unanimità la candidatura al comune di Roma; come è nelle sue facoltà e nell’ambito del suo potere discrezionale il sindaco di Roma, che aveva peraltro ampiamente illustrato e sottoposto al vaglio della sovranità popolare gran parte delle argomentazioni fondate su fatti e numeri incontestabili elencate in Campidoglio, ha bocciato la candidatura.

Sarebbe stato certamente preferibile che Virginia Raggi, pur stretta da impegni istituzionali, non avesse disertato all’ultimo minuto l’incontro con Malagò e Pancalli ma anche questo incidente o “contrattempo” s’inscrive nell’assedio ingiustificabile che ha contraddistinto “il caso” del “No grazie” italiano. Difficile immaginare che contro le amministrazioni di Boston, Amburgo e Madrid che hanno liberamente deciso di rinunciare a ospitare i giochi si sia scatenato un assalto concentrico e concertato di media, politica e interessi particolaristici più o meno trasparenti simile a questo.

Il sindaco ha riconfermato la scelta di non assumere debiti onerosi per progetti lontani dagli interessi dei cittadini; di non vedere un’opportunità nell’impegnare in costi destinati a lievitare fino al 720% come è avvenuto a Montreal una città tuttora gravata dalle indennità di esproprio per i giochi degli anni 60, punteggiata dalle colate di cemento e dagli scheletri vuoti degli impianti inutilizzati risalenti ancora ad Italia 90 per cui i romani e gli italiani hanno pagato fino al 2015. E ha ribadito l’impegno ad uscire alla logica dell’emergenzialità e dell’eccezionalità delle “cattedrali nel deserto” e degli eventi mondiali che lasciano uno strascico di impianti ingestibili e di debiti annosi anche quando vanno bene (Torino paga ancora il mutuo) per concentrarsi sul ripristino e sulla valorizzazione dell’esistente che fa meno notizia ma rende una città più degna di essere vissuta e visitata.

Per ora è presto per vedere se gli intenti si tramuteranno in fatti. Il passaggio su cui non si può dissentire dalla sindaca Raggi a meno di essere ipocriti e smemorati è quello riferito “ai 20 minuti” dedicati dai media alla scelta responsabile di Monti di dire “No” alla candidatura di Roma per il 2020, condivisa quasi senza eccezioni e salutata allora dal Pd come fondata, razionale, concreta.

Eppure oggi i dati economici sono ben peggiori di allora, sia sul fronte della disoccupazione che del debito pubblico attestato con il governo Renzi al primato negativo di 2.252 mld e, dettaglio non irrilevante, la Roma ereditata dalla Raggi è quella spolpata da Mafia Capitale.

Ma purtroppo la faziosità conduce a conclusioni spesso insostenibili e a negare l’evidenza dei fatti: un esempio illuminante lo scontro tra Danilo Toninelli e Vittorio Zucconi ad 8 e mezzo dove quest’ultimo naturalmente schierato allora con Monti ora è arrabbiato con la Raggi “perché dopo Mafia Capitale il messaggio che passerà è che siamo incapaci e ladri”. Come se la colpa fosse del M5S, in affanno per inesperienza ma soprattutto per “eccesso” di rigore morale.