Questa mattina all’Università Sapienza di Roma è stato conferito il Dottorato di ricerca in Biochimica honoris causa al prof. Wayne A. Hendrickson dell’Università Columbia di New York, per il suo contributo allo sviluppo di tecniche per la ricerca della fase nelle mappe di diffrattometria a raggi X. Dopo le allocuzioni delle cariche accademiche, il prof. Hendrickson ha tenuto una lezione magistrale, nella quale ha ripercorso le tappe dei suoi studi. L’argomento è troppo specialistico per essere discusso in un post divulgativo, ma alcuni argomenti della lezione magistrale si prestano a considerazioni di interesse generale. Dedicherò questo post alla prima frase della lezione, che traduco dal testo consegnato a tutti presenti: La scienza progredisce in larga misura grazie alla potenza della sua tecnologia.

La frase nella sua semplicità contiene una fortissima provocazione politica: la scienza, secondo il prof. Hendrickson non nasce dall’intuizione dello scienziato (come pure avevano suggerito molti teorici, basti ricordare Karl Raimund Popper), ma dallo sviluppo tecnologico. La tesi di Hendrickson è che lo sviluppo tecnologico produce il dato sul quale lo scienziato basa la sua intuizione, e in assenza di nuovi dati, conseguenti allo sviluppo tecnologico, la scienza ristagnerebbe. La provocazione politica sta nel fatto che l’intuizione dello scienziato è sostanzialmente gratuita (fatto salvo lo stipendio dello scienziato, necessario a farlo sopravvivere), mentre la tecnologia è costosa, perché richiede l’acquisizione di strumentazione e materiale, nonché il personale deputato alla progettazione, allo sviluppo e all’implementazione. Solo raramente lo scienziato è egli stesso tanto sviluppatore che utilizzatore della tecnologia innovativa.

Come tutte le provocazioni, anche questa richiede prima di tutto un’analisi di merito: quanta innovazione tecnologica è necessaria al progresso scientifico? Sarebbe assurdo infatti addentrarsi in una discussione sul costo della scienza a seguito di una provocazione falsa o fuorviante. La storia della scienza è ricca di esempi sia a favore che contro la tesi proposta: ad esempio tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo Vesalio e Harvey rivoluzionarono l’anatomia e la fisiologia del sistema circolatorio utilizzando una tecnologia elementare basata su strumenti che erano già stati disponibili a Galeno nel secondo secolo; però la teoria circolatoria di Harvey lasciava aperto il grave problema della continuità tra il sistema arterioso e quello venoso in sede periferica.

Questo problema fu risolto da Marcello Malpighi il quale nel 1661 dimostrò l’esistenza dei vasi capillari utilizzando il microscopio, strumento all’epoca di recente scoperta. Per non appesantire la lettura non aggiungerò altri esempi pertinenti (sarebbero infiniti), ogni lettore può immaginarne molti, e una conclusione prudente è che il numero di grandi scoperte che hanno preceduto le innovazioni tecnologiche dalle quali sono state confermate sia comparabile al numero di grandi scoperte che hanno conseguito ad innovazioni tecnologiche o che sono state rese possibili da queste. E’ inoltre plausibile che l’importanza dell’innovazione tecnologica nella scoperta scientifica sia aumentata dall’epoca classica a oggi.

Se la tesi del prof. Hendrickson fosse vera anche soltanto per metà, si dovrebbe trarre la conclusione che il costo della scienza è elevato e costantemente in aumento, perché elevato e in costante aumento è il costo della tecnologia avanzata. E ovviamente un paese che non investe in sviluppo tecnologico è condannato a perdere terreno anche sullo sviluppo scientifico e a scivolare verso una retrocessione culturale.

Questo problema non può essere risolto con il supporto dell’industria privata: l’industria finanzia una ricerca applicata, dalle ricadute certe, non una ricerca totalmente innovativa, dalle ricadute incerte, meno ancora una ricerca “imprecisata”, frutto futuro di misurazioni di là da venire per le quali è necessario sviluppare prima la tecnologia necessaria.