Avevamo provato a metterla in guardia preventivamente, perché un po’ la conosciamo, ormai, e sappiamo il tipo di televisione che fa da anni. E Barbara D’Urso, puntualmente, ha confermato le nostre più profonde paure sin dall’esordio di Domenica Live, ieri pomeriggio su Canale5Potevamo sopportare le solite storie di gossip, la politica trash-pop, il talk sulle smutandate di Venezia, potevamo sopportare le solite faccette di circostanza e tutto il resto, ma quello che a un certo punto ci siamo trovati di fronte è stato troppo, persino per chi è abituato allo “stile” della signora D’Urso.

Per oltre mezz’ora, Domenica Live ha ospitato Paki Valente, ex marito di Anna Marchesini e padre della figlia Virginia. Mezz’ora di spezzoni televisivi, di servizi strappalacrime sul funerale della grandissima attrice, di pettegolezzi sulla vita privata di una donna che ha fatto di tutto per tenere le sue faccende familiari ben distanti dalla carriera, dalla vita pubblica. Con la scusa di far lanciare a Valente un appello alla figlia con cui non ha rapporti da tempo, a Domenica Live si è acchitato uno spezzone intero di una trasmissione sul nulla, con sottintesi e allusioni dell’ex marito della Marchesini su astio, odio, muro di indifferenza, in pratica dando la colpa di tutto a una persona che non c’è più e che non può difendersi. E non si sarebbe nemmeno difesa pubblicamente, forse, perché Anna Marchesini era enorme e non si sarebbe abbassata a tanto, magari a chiamare in diretta la trasmissione come fanno i soliti vippetti che pur di attirare attenzione mediatica sono pronti a mettere in piazza tutto.

Sulle vicende personali di Paki Valente, Anna Marchesini e della figlia Virginia non va aggiunto nulla, perché se per così tanti anni queste storie sono rimaste private, evidentemente questa era la volontà di una donna che è morta, e a poche ore dalla sua morte si sono innescati i soliti meccanismi da gossip di infimo livello. Domenica Live e Barbara D’Urso ci hanno abituati a un racconto televisivo basato sul chiacchiericcio, sull’ostentazione dei sentimenti (veri o presunti), sulla spettacolarizzazione del dolore della gente. È un genere televisivo che non ha inventato la D’Urso, beninteso, ma che lei ha elevato negli ultimi anni a paradigma di un certo modo di rivolgersi al pubblico, di titillare i suoi istinti peggiori.

Anna Marchesini, dicevamo, ha custodito gelosamente la propria privacy, quasi al limite dell’ossessione. Ha sempre distinto con cura maniacale l’aspetto pubblico e la carriera dalle vicende familiari. Dolorose a volte, appunto, ma mai ostentate, mai utilizzate per finire sui giornali. Post mortem, anche un po’ vigliaccamente, ieri è andata in scena la spettacolarizzazione di una famiglia divisa, con l’ospitata di un ex marito che è arrabbiato e triste per motivi che dovrebbero restare suoi e di nessun altro. Peraltro trattasi di un attore la cui carriera non è mai decollata, quindi subentra il dubbio che, magari, trattasi anche di 15 minuti di ingloriosa notorietà.

Noi non vorremmo occuparci così spesso di Barbara D’Urso, credeteci. C’è così tanto da raccontare, di sublime e di osceno, nel mondo dello spettacolo che preferiremmo evitare. Ma quando si assiste a tale strumentalizzazione televisiva di un dolore immenso, allora ci rassegniamo e torniamo a vergare righe indignate. Come se queste possano cambiare qualcosa, peraltro; come se sottolineare una volta ancora la distanza che ci separa da questo modo di fare televisione ci rendesse persone migliori. Invece non è mai cambiato nulla, anzi ogni volta si alza (o si abbassa, dipende dai punti di vista) sempre più l’asticella.

Abbandonatevi pure al gossip più sfrenato e inutile, all’ennesima riproposizione dei mantra di sempre (Manuela Villa; eredità di Gino Bramieri; Carmen Russo e Enzo Paolo Turchi; il figlio di Maradona), ma, per carità, lasciate stare una donna che si è sempre impegnata fino allo stremo per non dare in pasto al pubblico la propria vita privata.  Visto che il pubblico non lo rispettate, almeno rispettate la memoria di chi non c’è più e non può replicare o comunque difendersi nelle sedi opportune. Perché c’è un limite a tutto, e qui siamo ben oltre il fondo del barile.