Chi lo pensa, sbaglia! L’immagine di un mondo yogico come zona bianca, anacronistico allungamento del digital divide, non regge. Perdersi nel profumo d’incenso, tra asana, lampade di sale e gigantografie di saggi guru, non è poi tanto diverso dall’osservazione di compulsivi gesti sul bus, in fila al cinema o nello struscio sul corso principale. Rapiti da nuove tecnologie per comunicazioni senza fili, anche i nostrani yogin respirano prana col volto basso tra palmari, luminescenti tablet e orecchie sullo smartphone. La nona edizione dello Yoga Festival Roma (Essential, stavolta nella preziosa cornice di Villa Piccolomini, tre “giorni coi massimi esponenti della disciplina per offrire la profondità di un ritiro di Yoga urbano”) conferma come l’ultima frontiera degli sciamani, Ashtanga alla mano, sia imbarazzata nel far fronte all’ultimo pericolo per benessere e salute: l’elettrosmog.

Certo, Patanjali e gli antichi testi sanscriti non potevano prevedere l’invisibile rischio ambientale che oggi, più di altri, minaccia il flusso energetico nei meridiani e organi collegati. Così come la letteratura yogica (almeno nelle memorie dei grandi maestri, ferma alle traduzioni anni ’60-’70 del secolo scorso) raramente menziona le ubiquitarie irradiazioni elettromagnetiche come fattore di rischio per un corretto assorbimento e canalizzazione dell’energia nel risveglio di kundalini. Ma vedere classi in cui si pratica yoga col cellulare sul tappetino (attenzione: è attivo anche in modalità silenziosa!), vibrando mantra di protezione in Ashram avvolti dal wireless (per capirci, c’è Wi-Fi tra i buddisti tibetani di Lama Tzong Khapa a Pomaia, ad Osho Miasto, al Yoytinat di Corinaldo come nei centri ayurvedici di Rishikesh) è un paradossale controsenso.

Perché lo yoga, da millenni, è una filosofia di pratiche centrate sull’energia vibrazionale nella fortificazione delle proprie biofrequenze, ora minacciate da invadenti campi elettromagnetici esterni. Altro che inevitabile contestualizzazione nella società civile del Kali-Yuga: si tratta di ignorare un problema che inficia percorsi di consapevolezza sostenuti da sadhana, kriya, mantra e mudra.

Se degli interrogativi “grossolani” ne ho già scritto (dando più volte voce alle apprensioni della ricerca indipendente), sul piano sottile – oltre il quadro fisiologico e corporeo – silenziosamente l’elettrosmog mina il potenziale energetico dell’Aura, debilitando l’equilibrio dei Chakra (l’Energetica Psicosomatica ne misura le frequenze col test Reba), compromettendo depurazione e riassetto dei Koska.

Passando tra gli stand dello Yoga Festival capitolino, ho raccolto alcune impressioni sull’impossibile binomio “Yoga-Elettrosmog”: cosa ne sanno gli operatori? Sono al corrente del nuovo ostacolo energetico? E se sì, quali accorgimenti adottano?

“E’ una questione di presenza e consapevolezza – ripete Ardas Kaur del Centro Yoga Budokan che mi parla di stress da dipendenza mentale – non chiedo di mettere il telefonino in modalità silenzioso, ma di spegnerlo durante le lezioni. Non serve tenerselo vicino! Quell’ora e mezza di pratica è dedicata allo yoga, non ad attenzioni diverse, che aspettano fuori!” E poi? “Non ci siamo mai posti il problema, ma in effetti andrebbe affrontato con incisività – dicono da Spazio Vitale, yoga e terapie olistiche – lasciamo alla coscienza dei praticanti la decisione di non portare il cellulare mentre si medita: nei centri yoga è diverso, ma nelle palestre c’è meno attenzione. Lì molti hanno anche il Wi-Fi, come la mettiamo?”

Nel centro yoga e discipline bionaturali Atma il tema è affronto così: “Siamo consapevoli che i campi elettromagnetici vadano a disturbare il campo energetico personale – afferma Dhanajaya Das, naturopata esperto in Qi Gong e Tai Ji – la medicina tradizionale cinese non contempla questo tipo di interferenze, ma i blocchi energetici provocati possono essere molto potenti”. E ancora: “Bisogna sviluppare la propria intelligenza, la propria consapevolezza per diminuire queste influenze nocive esterne, simili allo smog e al cibo tossico – aggiunge Chaitanya Mayi, insegnante di yoga che avverte forte emicrania nelle conversazioni via cellulare – personalmente uso l’auricolare e ci parlo il meno possibile. Dico ai praticanti di non portarlo in sala. Questo non significa fuggire dal mondo esterno, ma che lo yoga deve insegnare ad elevarsi su frequenze più alte di maggiore sensibilità”.

Che Yoga non faccia rima con elettrosmog è chiaro. Ma come gestire la questione, possibilmente in modo uniforme cercando di sensibilizzare insegnanti e praticanti, è un nodo ancora tutto da sciogliere. Waheguru.