Ha senso, mi chiedo, mentre volge al termine un’estate insanguinata, a tacer d’altro, dalla strage di Nizza e dallo sgozzamento di un anziano sacerdote in Normandia, rivendicati dallo Stato islamico, con i diritti umani sotto stress, come sta lì a dimostrare la reazione turca al fallito golpe del 18 luglio scorso, con la sospensione della Convenzione europea dei diritti umani per il periodo in cui resterà in vigore lo stato d’emergenza, tornare a concentrare il fuoco dell’attenzione sulle polemiche che, proprio in Francia, hanno investito il burkini, un tipo costume da bagno femminile, che copre interamente il corpo, esclusi la faccia, le mani e i piedi?

Ebbene sì, ritengo che abbia senso. Non possono, infatti, essere liquidate con la pur felicissima battuta del nostro Guardasigilli Andrea Orlando, per il quale “prima che temere la soglia del consenso, un governo deve temere di superare quella del ridicolo”, le polemiche estive che hanno finito per coinvolgere il governo francese, innescate prima dall’essere stato vietato, il 9 agosto, vicino a Marsiglia, un evento privato organizzato in un parco acquatico, e nel quale le donne erano invitate a indossare questo indumento; da un’ordinanza municipale che qualche giorno dopo, a Cannes (Alpi Marittime), proibiva d’indossare abiti religiosi in spiaggia, con conseguente battaglia giuridica tra il Collettivo contro l’islamofobia in Francia (Ccif) e il comune; e finalmente da un’analoga decisione adottata il 15 agosto dal sindaco di Sisco (Alta Corsica), dopo una rissa scoppiata su una spiaggia della cittadina. Poiché proprio quelle polemiche segnalano come la politica contemporanea si concentri sempre più sui modi per suscitare o controllare la jouissance.

Non è un caso che l’opposizione tra l’Occidente tollerante e liberale e l’Islam fondamentalista venga sempre più spesso schematizzata come l’opposizione tra il diritto delle donne a una sessualità libera, che implica, per un verso, la libertà di mostrarsi o di esibirsi o di provocare o turbare gli uomini e, per altro verso, i disperati tentativi maschili di sopprimere o controllare una tale minaccia, giungendo addirittura, come nel caso dei talebani, a vietare i tacchi a spillo per le donne, quasi che il ticchettio di un paio di scarpe femminili, proveniente da un burka che nasconde tutto possa avere un irresistibile effetto erotizzante.

Ça va sans dire, le due parti agghindano le proprie posizioni di argomentazioni ideologiche e morali: per l’Occidente, il diritto delle donne di esporsi al desiderio maschile in modo provocatorio è legittimato in quanto diritto di gestire il proprio corpo; per l’Islam, invece, è la difesa della dignità della donna contro la sua riduzione a oggetto di sfruttamento maschile a imporre il controllo della sessualità femminile.

E se, col proibire alle donne musulmane di indossare il burkini, le autorità francesi volessero metterle in condizione di disporre liberamente del loro corpo, per i critici del fondamentalismo islamico, così come accadde per il divieto di indossare il velo a scuola, scoprire il sottrarsi da parte di alcune donne al gioco di rendere il proprio corpo disponibile per la seduzione sessuale o per lo scambio sociale che essa comporta è stato un vero trauma. È con questo, del resto, che hanno a che fare, in un modo o nell’altro, questioni dibattute come i matrimoni e le adozioni gay, ma anche il divorzio e l’aborto.

Evidente il comune approccio strettamente disciplinare tra i due poli, sebbene diversamente orientati: i “fondamentalisti”, non solo islamici, ma anche occidentali (come non ricordare, in proposito, per dirla con Furio Colombo, le “limpide e civili consuetudini di vita” nostrane, le quali vogliono “che a Melito si sia formata una ‘associazione di madri di figli maschi’, che ha chiesto pubblicamente che ‘non duri più a lungo questo scandalo di donne svestite che provocano i nostri ragazzi’”?), disciplinano il modo in cui le donne devono apparire per prevenire la provocazione sessuale; i femministi liberali politicamente corretti impongono una non meno severa regolamentazione del comportamento, tesa a limitare le molestie.